Dall’incomprensione all’ignoranza e viceversa

Ovunque si butti l’occhio o si affini l’orecchio si è investiti da tale arroganza! Ed è certamente il risultato primo di quell’ignoranza estesa, capace di portare solo ad incomprensione, scontri e quant’altro.

La comunicazione manca e viaggia di pari passo con la mancanza di conoscenza. Proprio sui Social, che poi è ciò che abbiamo sotto gli occhi spesso, non passa giorno in cui non vi legga dispute  a suon di insulti, che nella maggioranza dei casi sono nate da un’informazione sbagliata, da qualche incomprensione, dal fatto che si ignorino i fatti. Dall’ignoranza.

Ed è per questa infinità di notizie false che girano alla velocità della luce, che siamo portati verso un’opinione piuttosto che un’altra. Senza verificare. Questo è il punto: berci quello che leggiamo, senza verificare le fonti, senza fermarsi un attimo a pensare con la propria testa; questo porta senza dubbio dalla parte sbagliata, aumentando la rabbia ed in certi casi spostando il problema da tutt’altra parte, dove non dovrebbe stare.

Siamo tutti così ignoranti su infinità di argomenti, e mi chiedo come sia possibile che, al contrario, diventiamo improvvisamente massimi esperti di qualsiasi argomento, giudicando e spostando la realtà a nostro piacimento. Non funziona più così: non abbiamo 5 anni, con le giustificazioni del caso, se ascoltiamo una sciocchezza e la divulghiamo come vera, aggiungendo del nostro, non facciamo che nutrire altra ignoranza e così via, senza mettere mai in dubbio le nostre opinioni, primo di tutto.

Perché siamo arrivati a tanto? La nostra lingua, l’italiano, possiede un termine ben preciso, a descrizione di questo: la protervia, che non è altro che l’arroganza ostentata, il desiderio di prevaricare, di chi non è capace di comprensione, di chi è prepotente e, nonostante sia in possesso del nulla, cerca di schiacciare il prossimo, partendo dalle parole, che sono un’arma, ed in mano ad arroganti diventa ostentazione di sé, di quel poco che si é.

Protervia e tristezza.

La scuola che vorremmo

Scuola, che parolona!

Se partiamo dal presupposto che l’educazione scolastica è importantissima e responsabile del nostro  e dell’altrui futuro, possiamo comprendere appieno il suo valore e dispiacerci per quanto è successo negli ultimi anni.

Professori minacciati da allievi, genitori incapaci di gestire il rapporto con insegnanti e questi ultimi sottopagati, demotivati e in molti casi indegni di sedersi in cattedra.

Sembra ovvio che ci sia bisogno di una riforma scolastica, di quelle che diano una bella spinta in avanti ai nostri ragazzi e riescano a garantir loro un domani certo. Un bel colpo di spugna, insomma.

Il professor Galimberti, che stimo ed ascolto con attenzione, ha detto più di una volta e scritto ripetutamente che per avere un sistema scolastico migliore servirebbero poche cose.

Prima fra tutte: insegnanti all’altezza, quindi dovrebbero sostenere esami in cui si possa capire se hanno le caratteristiche adatte all’insegnamento, che non significa che conoscano la materia ma che la amino e siano in grado di trasmetterla nel modo migliore.

– Classi di non più di15 persone perché possano essere tutti seguiti come si deve ed i risultati non tarderebbero ad arrivare!

– Scuole aperte fino a sera tardi, dove i ragazzi possano trascorrere insieme tempo di scambio reale, di divertimento, dove si impari a conversare, ballare, ascoltare buona musica e, perché no, anche dove si possa fare l’amore.

Menti aperte e pronte a regalare non solo nozioni ma stupore, voglia di apprendere, curiosità, tutte caratteristiche importanti, assieme ai valori, che dovrebbe insegnare la famiglia ma che oggi è troppo presa a far altro e decisamente confusa sul proprio ruolo.

Come dar torto al professor Galimberti, direi che basterebbe buon senso e impegno, niente d’altro.

Certo, in un mondo migliore i ragazzi sarebbero felici di andare a scuola, dove persone competenti non li sfidano ogni giorno in nome del DOVERE ma insegnano loro la meraviglia del PIACERE, attraverso la conoscenza e l’apprendimento del nuovo.

Meraviglia!!

Lavorare in proprio, sfida quotidiana

Per molti un’abitudine, lavorare in proprio, perché sono sempre stati indipendenti, sin dai tempi post universitari o post scuola; per altri una scelta avvenuta con gli anni, per licenziamento o altre mille variabili.

Per i temerari, invece, una scelta, del posto fisso non ne potevano più e la decisione di mettersi in proprio.

Tutti coraggiosi, gli ultimi ai limiti della follia!

Perché è facile dar giudizi riguardo guadagni, tempo a disposizione o altro ma davvero notevole riuscire a far quadrare ogni cosa, dal momento in cui sei il boss di te stesso e qualsiasi accadimento succeda nel tuo mondo lavorativo dipende unicamente da te.

La posta di noi tutti è colma di proposte di lavoro, dove sembra che con un minimo impegno si possa arrivare a guadagni strabilianti, comodamente da casa, in assoluta indipendenza, quando sappiamo molto bene che per avere un ritorno economico è necessario un impegno infinito.

E poi, quando si finisce di lavorare presso qualche azienda, locale commerciale, scuola, dal momento in cui termini la giornata lavorativa, puoi avere una vita privata. Se lavori in proprio, questo ti segue ovunque, anche quando sei in vacanza. Un bello stress!

Diciamo che bisogna esserci tagliati, e non significa che una persona possa essere più o meno intelligente ma solo che imprenditori si nasce, dipendenti idem.

E poi, non per fare sempre i nostalgici, ma fino a qualche tempo addietro aprire un’attività di qualsiasi genere era molto più semplice, meno tassato ed un buono stipendio si riusciva tranquillamente a realizzare. Oggi diventa una vera scommessa ed a testimonianza di questo ci capita sempre più spesso di notare attività in continuo cambiamento: chiudono, riaprono, richiudono…

Un tempo si tramandavano, di padre in figlio, e diventava una garanzia di futuro.

Oggi sembra tutto così complicato, ma alla fine bisogna pur credere in un domani migliore, per i nostri figli e le generazioni a venire!

 

 

 

Reciprocità, questa sconosciuta

Partiamo dal presupposto che tutto ciò che fai agli altri è proprio ciò che vorresti fosse fatto a te, così partiamo col piede giusto. Reciprocità: se sono sempre gentile con te, tu mi rispondi con gentilezza e comunque partiamo col dare buon esempio; invece no, tutti a sbandierare il desiderio di ricevere buoni comportamenti da parte del prossimo ma poi, alla prima occasione non ne danno buon esempio.

Se per reciprocità si intende “Il rapporto dinamico di parità che collega nella stessa forma o nella stessa misura i rapporti esistenti fra due soggetti”, ci sono infiniti modi di renderla possibile, fin da piccoli. Da bimbi, però, tutto è più semplice: tu dai un calcio a me, io te lo ritorno, tu dai un bacio a me e faccio la stessa cosa. Le cose si complicano quando si cresce, anche se la reciprocità dovrebbe comunque governare qualsiasi rapporto tra persone.

Anche nel diritto internazionale esiste la  politica di reciprocità, quella che subordina eventuali agevolazioni ad altri stati ad analoghe concessioni da parte degli stati stessi. Semplice. A parole.

Perché è giusto volere un determinato comportamento dal prossimo, a volte pretenderlo, ma è sacrosanto comportarsi nella stessa maniera. Questione di coerenza.

Sì, un mondo fatto di reciprocità corrisponde un po’ ad un utopia, perché, diciamocelo, risulta essere esattamente il contrario di ciò che già esiste. In qualsiasi tipo di relazione dovrebbe regnare, così in amicizia, amore, lavoro, il rispetto e la stima devono essere contraccambiate o lo squilibrio non rende queste relazioni possibili.

Eppure succede così spesso che nei rapporti personali ci sia una parte fra le due che non si comporta reciprocamente: non lo stesso rispetto, non la stessa disponibilità e allora sarebbe il caso che si mettesse in chiaro la faccenda per fare in modo che si trovi un minimo di equilibrio, senza il quale diventa davvero complicato, ed aggiungerei ingiusto, portare avanti qualsiasi tipo di relazione.

Lamentarsi di qualsiasi cosa

Inutile negarlo, ovunque si butti l’occhio si legge qualche lamentela. Fin qui nulla di strano, è nella natura umana, lamentarsi: un mondo di lamentele riguardo tutto. Quello che invece stupisce è che di contro si dovrebbe fare qualcosa per mettere fine alle stesse.

Mi spiego meglio: ho caldo? Mi spoglio; non sopporto questo clima caldo? Vado a vivere dove non devo subirlo. Sto male in una situazione di qualsiasi genere? Cerco di uscirne, oppure mi adopero affinché non si ripeta.

E così via. Invece è una sequenza incredibile di lamentele, di osservazioni negative ma di contro… il nulla.

Ci sono situazioni che sono davvero complesse e per cambiarle diventa complicato ed altre, come nel caso di malattie, dove non dipende da noi e la lamentela è più che mai concessa. Poi però ve ne sono altre che con impegno possono essere ribaltate a nostro vantaggio.

Un piccolissimo esempio? Ci indigniamo della sporcizia nelle nostre strade: iniziamo a non permetterci di sporcarle anche gettando un piccola carta, perché tutto questo schifo non è per forza sempre e solo colpa degli altri.

Il punto è che ci sentiamo in diritto di avere qualsiasi cosa senza il minimo sforzo. Un po’ come i bambini capricciosi che pestano i piedi davanti ad una vetrina per un giocattolo.

É il modo sbagliato di reagire alle situazioni ed il fatto, più generale, che siamo tutti più insofferenti, abituati bene, forse troppo bene.

Dovremmo ascoltare i nostri avi, quelli che han superato guerre, climi intensi, scomodità reali e che gioivano con poco. Il passato dovrebbe insegnarci sempre qualcosa, per questo guardarsi indietro dovrebbe portarci a rendere tutto più leggero, a realizzare che per cambiare qualsiasi situazione che non ci piace ed avere qualcosa di differente da ciò che abbiamo è necessario darsi da fare. E agire di conseguenza. Darsi da fare, sbattersi, sforzarsi, crederci.

Molto più facile lamentarsi, dar la colpa agli altri e rimanere nell’immobilità assoluta. Facile e triste.

Perchè dobbiamo leggere, tanto

Leggere, necessario più che respirare. Per conoscere.

Perché se non conosci non puoi capire e se non capisci commetti molti più errori di quanti potresti.

E pure perché rischi di farti dire dagli altri cosa fare e condurre un vita diretta e decisa dal prossimo.

Motivo per il quale è necessario che fin dall’infanzia ogni bambino si appassioni alla lettura; responsabile la scuola, certamente, ma ancor prima i genitori ed il loro modo di incuriosire i figli e leggere loro favole, racconti, fino a farla diventare un’abitudine quotidiana. Il resto lo fa la curiosità, il desiderio di sapere, l’interesse e la passione per argomenti specifici.

Non esiste questione economica, basta entrare in una qualsiasi biblioteca ed abbiamo a disposizione infinite ore di lettura, la comodità di portare a casa libri che possiamo tranquillamente leggere per poi consegnare trattenendo dentro di noi  storie meravigliose che ci si attaccano addosso e regalano emozioni incredibili; come le avventure che si facevano da ragazzi, dove ci si immedesimava in qualche personaggio fuori dal comune. La possibilità di vivere una seconda vita è davvero estesissima e capace di farci sognare pur rimanendo nella stanza dove leggiamo.

I libri son capaci di magie e per queste dovrebbero appassionare chiunque. Funzionano poi come vere droghe, se inizi dall’infanzia, la lettura diventa un continuo desiderio, una necessità, spesso sintomo di momenti di relax, capace di estraniarci in qualsiasi luogo siamo e fantastica compagnia a nostra disposizione.

Ci sono momenti indimenticabili di lettura, dove leggi le parole che hai già dentro ed è come le avessi scritte tu, ti aprono infinite emozioni e riescono a farti rivivere situazioni già vissute. Ed insegnano a pensare e a scrivere con garbo, regalando un’infinità di parole al nostro vocabolario, rendendoci capaci di muovere le nostre idee e portarle a creare qualcosa di nuovo, nostro, lasciandoci la possibilità di migliorarci. Sempre.

 

Una vita sui social

Non è più vita, moltissimo tempo sui social per la maggior parte della gente, complice il proprio smartphone, senza preoccuparsi di spegnerlo, nemmeno durante il sonno.

Stiamo arrivando al punto di non ritorno, molti dicono, per me l’abbiamo sorpassato largamente ed a testimonianza di questo basta dare un occhio alle persone, perennemente attaccate a questa vita virtuale che sta  prendendo il posto di quella reale.

Se prima si puntava il dito sui ragazzini, ora dando un occhio in giro, sono gli adulti ad essere dipendenti dal proprio smartphone: basta osservarli, ad esempio, in auto ai semafori: viene verde e sono ancora presi dal messaggio, il post, rallentando così la partenza.

Dovrebbero vietare con forza l’uso del telefono in auto e dar multe salatissime perché ultimamente il numero degli incidenti per distrazione è da imputarsi soprattutto all’uso sconsiderato dello smartphone alla guida.

Fino a pochi anni fa la distrazione in auto era data dal telefono che squillava, poi il messaggio, più avanti Facebook, Twitter ed infine Instagram ed altre mille applicazioni. Ed ecco che pian pano hanno preso piede, per la facilità dell’uso ed il costo pari a zero rispetto all’utilizzo. Ormai tutti possono connettersi da casa, dal luogo di lavoro ed in giro, senza alcun freno.

Gli esperti del settore ne parlano come di un fenomeno in crescita continua, soprattutto perché sta dando risultati ragguardevoli a livello commerciale, quindi se la tua attività non ha rilevanza sui Social, rimane ininfluente, hai minor ritorno di immagine, perciò di denaro.

Se invece la vita personale deve dipendere dal numero di like o di followers vuol dire che al di fuori del virtuale non esiste. Può portare ad alienazione perché fa perdere il contatto con la realtà: è un grosso errore credere ad ogni cosa si legge sui profili, sui social ed ancor peggio pensare che tanti contatti ed amici siano paragonabili a quelli reali.

Il fenomeno  di nascondersi dietro una maschera per creare un’immagine che corrisponde più ai propri sogni che alla realtà dei fatti. Senza contare che una certa dipendenza dai social può in alcuni casi compromettere la propria produttività lavorativa.

Per il resto, come sempre, l’equilibrio sta in mezzo, usando questo mondo virtuale come un mezzo per rendere la nostra vita più semplice senza che diventi lei la protagonista indiscussa della propria esistenza.

Sfruttiamo il nostro cervello!

Vorrei poter dire che il nostro cervello ha un potere grandissimo che noi non siamo in grado di sfruttare appieno. Della serie che potremmo imparare una decina di lingue in maniera semplice ma ci accontentiamo di usare la nostra e basta. Troppa fatica, siamo dei pigri senza speranza!?

Ma questa è una credenza, un vecchio concetto che scienziati fino a metà del secolo scorso sostenevano senza alcuna dimostrazione. E qualche setta religiosa pure.

Al contrario è stato dimostrato che il nostro cervello è completamente in funzione e si può spiegare facendo riferimento al momento in cui  accadono incidenti, anche piccoli, che possono avere gravi conseguenze, cosa che non accadrebbe se parte del cervello non fosse sempre attiva.

Si potrebbe prendere l’argomento da un altro punto di vista, quello soggettivo; intendo dire che è vero, noi potremmo imparare tante cose se vincessimo la nostra natura e se ci impegnassimo, cioè usando appieno la nostra volontà forse arriveremmo dove non avremmo mai sperato, ma questo dipende unicamente dal nostro impegno.

Potremmo perciò affermare che la maggior parte di noi non si sforza più di tanto per aumentare le proprie capacità/conoscenze, al di là del fatto che possediamo un cervello con determinate caratteristiche  e che i suoi limiti diventano certamente i nostri.

Ci sono infatti persone che con grande volontà ed il buon uso della propria materia grigia riescono dove altri nemmeno possono sperare. Ma questo, signori, non è saper sfruttare al 100% il proprio cervello nel senso stretto del concetto, bensì decidere di accontentarsi di ciò che siamo/conosciamo o cercare di migliorarci.

Perché è indiscusso che con grande applicazione potremmo elevare le nostre capacità oltre il sei scarso e spesso ci accontentiamo del minimo sindacale, ma si parte dal presupposto sbagliato, cioè che tutti posseggano un cervello con grandi capacità quando, al contrario, è noto che non tutti gli esseri umani siano baciati dall’acume e  possano sfruttarlo a vantaggio del proprio ingegno.

Possiamo dire però con certezza che un cervello allenato dà migliori risultati come un corpo allenato, questo è verissimo!

 

Se piaci a tutti non piaci a nessuno

Ma piaci a te stesso?

Sono sempre esistite le persone che piacciono a tutti, a molti per lo più, che in fondo sembra vivano per compiacere l’altrui giudizio. Quando si trovano in un gruppo acquisiscono le caratteristiche dello stesso, e così, cambiando tipologia di gente, cambiano anche le idee, adattandosi ogni volta a seconda delle condizione.

Ma non riescono ad essere se stessi in ogni caso: perché esserlo significa prima di tutto dare forza alle proprie idee, anche se contrastanti con quelle di altri. Il confronto aiuta a crescere da sempre e solo se  siamo in grado di capire noi stessi, forse saremo in grado di capire gli altri. Sarà pure psicologia spicciola ma la realtà non è distante.

Quando invece hai le idee chiare su qualche argomento e la pensi in maniera differente, ecco che diventa più complicato, perché cercare di essere perfetti sul lavoro, per la famiglia, per gli amici sarà pure meraviglioso ma, oltre che estremamente faticoso obbliga chiunque al venir meno della propria personalità. Quindi non va bene; un po’ come se per compiacere gli altri debba per forza annullarmi.

D’altro canto è giusto smussare un poco le proprie caratteristiche, soprattutto se sono in contrasto con il prossimo, ma plasmarci, a mo’ di camaleonte, solo per piacere al prossimo, decisamente no.

Sarebbe bello poter lavorare su noi stessi per migliorarci ogni giorno e stare bene con la nostra testa, il nostro corpo, prima di tutto; di conseguenza staremo bene con gli altri, al di là delle nostre idee, e pure dei nostri difetti che per altri, a volte possono essere importanti misure di confronto.

E poi è falso, perché apparire diversi da come siamo, giusto per accontentare gli altri, può essere anche controproducente per noi e per qualsiasi rapporto stiamo instaurando con chiunque. Non diamo la reale versione chi siamo, quindi prima o poi, quando questa ne avrà abbastanza di star nascosta, ecco che gli altri si stupiranno, quasi non riconoscendoci.

Non piaci a tutti? Bene.

Presentiamoci sempre per come siamo, stando comodi nella nostra essenza e lasciamo che ci sia qualcuno a cui non piacciamo, che esistano persone che hanno un carattere che non collima con il nostro é più che normale, d’altra parte non siamo fatti per piacere a tutti!

Intorno a noi meglio pochi amici ma buoni.

 

 

Sii differente

Essere differenti, già lo siamo per natura, tutti. Ognuno col proprio corpo/carattere assolutamente unico. Ed il mondo, mai come oggi, a sottolineare la differenza. Perché?

Coprirsi interamente il corpo di tatuaggi vuol dire differenziarsi?

Distruggere qualsivoglia cosa in giro, un’opera d’arte, perché no, è differenziarsi?

Cambiare modo di vestirsi, esagerando e sparlare, non comunicare con il prossimo, vuol dire essere differente?

Non penso proprio, la vedo più che altro come una volontà forzatissima per mettersi in mostra, ma nella stessa identica maniera di tanti altri, quindi essere comunque nel mucchio.

La vera differenza, quella di chi si nota nel marasma generale, la fa un comportamento gentile, gioioso, aggraziato ed empatico, non di certo una qualsiasi ostentazione.

Viviamo in un mondo dove le differenze stridono sempre più, dove la diversità è sempre vista con accezione negativa, quando al contrario potrebbe essere un arricchimento, come quando ci si trova a tavola ed abbiamo cibo di tutti i tipi, un’abbondanza che è solo sinonimo di varietà nella scelta.

Si sa che conoscere il mondo che ci circonda dona infiniti punti di vista diversi e per questo fossilizzarsi sulle proprie idee ci limita solamente; alla base di tutto c’è la conoscenza approfondita dell’altro, nel senso più ampio del termine, che ci fa proprio comprendere a fondo la diversità che esiste tra di noi, tutti.

Sono le stesse che ci completano ed arricchiscono, ma non devono essere confuse con l’aberrazione della normalità, un po’ come nel modo forzato di differenziarsi dall’abitudinario, quando vediamo persone che  mostrano le mutande e spesso molto di più, oppure quelle che vestono i propri cuccioli, intendo gli animali domestici, ignorando, quindi mancando di rispetto, alla loro/propria natura.

Perché? Per differenziarsi?

Direi, sii differente da tutti quelli che si scagliano contro i deboli, solo perché è molto più facile, sii differente anche da chi è dentro uno schema e non sa nemmeno il perché, allora vai contro corrente se il tuo cuore e cervello ti fan capire che non è giusto.

Rompi gli schemi quando capisci che le informazioni che ti arrivano non sono reali, sii differente dal pensiero comodo e superficiale e quando facciamo tutto questo ricordiamoci di farlo nel pieno rispetto del prossimo, già, perchè rispettando il prossimo rispettiamo noi stessi.