L’attualità è ciclica

Perché ciclica è la vita: tutto si ripete, all’infinito. Cicli storici, climatici, e di conseguenza nelle usanze, la moda…

A partire dalla natura tutto risponde ad un ciclo e noi ce ne dobbiamo fare una ragione. Quindi se la Natura è ciclica e la nostra vita è segnata da cicli, allora anche la nostra vita potrebbe far parte di diversi cicli, annullando in qualche maniera il concetto di morte.

La fisica insegna ma questo non è il giusto contesto, certo rimane che possiamo sempre pensare/sperare che al di là di ciò che vediamo e tocchiamo esista una dimensione diversa dove si potrebbe vivere un’altra vita, e poi un’altra e un’altra ancora…

Thomas Burnett, studioso inglese del XVII secolo, nel suo “Teoria Sacra” scrive: “… Il ritorno allo stesso stato, in un grande cerchio del tempo, sembra essere in accordo con i metodi della provvidenza, la quale ama recuperare, dopo certi periodi, ciò che andò perduto o si corruppe…”.

Che sia, quindi un fatto meraviglioso, che possiamo per ogni ciclo, inteso anche come periodo storico, rimediare in qualche maniera a ciò che abbiamo sbagliato in passato?

Oppure anche quella dell’errore si ripeterà fino all’eternità, non come insegnano i buddisti, per i quali l’anima rinasce, ciclicamente, fino al momento in cui raggiunge la necessaria purezza.

In ogni vita si ha la possibilità di evitare gli errori commessi in quella precedente e raggiungere così un più alto grado di purezza. Alla fine di questa catena di nascita e morte si può raggiungere il cosiddetto nirvana.

Bellissimo potersi in qualche modo correggere, sarebbe come avvicinarsi sempre più alla perfezione, che sappiamo non esiste.

Ecco perché continuiamo a compiere gli stessi errori e facciamo fatica a rimediare agli stessi, anche se ne abbiamo la volontà, quanto meno a parole; al contrario del sole, che sorge sempre a est e tramonta ad ovest, garantendoci la vista di incredibili tramonti… beato lui!!

La convivialità

Cos’è in definitiva la convivialità?

A parte il fatto che il significato è cambiato nel corso degli anni, una volta partiva dalla famiglia e per molti implicava il pranzo della domenica con nonni, zii, cugini. Per i meno fortunati almeno con la propria famiglia, in senso stretto.

Oggi non è più così: le esigenze sono cambiate, gli usi anche e ci troviamo spesso e volentieri a mangiare da soli, anche in quei giorni in cui, una volta, era normale condividere il desco con qualcuno.

Questo perché il tempo oggi sembra così accelerato ed il gusto di condividere un posto a tavola diventa sempre più difficile da accontentare. Anche sulla qualità del cibo sarebbe da scrivere parecchio: oggi molti fra noi sono intolleranti, allergici e a dieta da dopo Natale, va da sé che non sia più così semplice stare in molti alla stessa tavola senza difficoltà.

Ricordo con piacere i pranzi della domenica dai nonni/zii, che abitavano insieme in una grande casa  e le prelibatezze culinarie delle donne che si avvicendavano nella grande cucina, tra salumi appena staccati dalle travi in cantina a tortellini o pasta fatta in casa, asciutta o in brodo, spesso di cappone; e poi gli arrosti, i dolci ed infine il caffè. Al termine noi ragazzini liberi di giocare, all’aria aperta, e trascorrere la giornata tra urla e corse.

Che tempi! Oggi non è così facile ritrovarsi in situazioni simili, a parte qualche cena organizzata, spesso consumata in locali pubblici, il tutto molto meno confidenziale.  Ed il fatto di consumare cibo che si sceglie da un menù toglie ancor più il gusto della condivisione.

Volete mettere quando la zia portava in tavola gli agnolotti ed ognuno diceva la propria, commentando il lavoro della cuoca… E la gioia di noi ragazzini quando compariva il dolce! Un po’ perché il nostro cibo preferito, un po’ perché rappresentava il lasciapassare per l’inizio dei grandi giochi!

Eh, che tempi!! Ora una situazione del genere si riesce a creare unicamente a Natale o per il festeggiamento di qualche evento particolare: matrimoni, anniversari, compleanni. Per il resto, esistono infinite applicazioni che offrono la possibilità di ordinare il cibo preferito e di averlo recapitato a casa, nel giro di un click. La comodità ha sostituito la convivialità, forse, ma la soddisfazione di dividersi anche un piatto di pasta in compagnia, rimane impagabile…

 

 

Tutto è possibile?!

Quando siamo bimbi crediamo alle fate, ai maghi, ed esistono poche cose che pensiamo non si possano realizzare. Intorno a noi questo alone di protezione, più o meno reale, che ci difende da qualsiasi agente esterno. Meno male che trascorriamo un po’ di tempo in questa situazione, perché quando cresciamo esiste quel momento in cui realizzi, per la prima volta, che non è così.

E può essere per un piccolo accadimento o per uno davvero grande. Da adulti siamo consapevoli di ciò che ci possa succedere e crediamo nelle nostre capacità, chi più chi meno, affrontando la giornata con lo spirito che ci caratterizza. Ecco, questo intendo.

Al di là delle proprie inclinazioni, della propria situazione, di tutto ciò che ci circonda, la cosa più importante è come affrontiamo ogni giornata, ed è questo che fa la differenza. Non solo perché ogni cosa può essere presa in considerazione in modo diverso ma soprattutto perché il risultato al nostro atteggiamento ci fa trascorrere la vita in maniera diversa. Un po’ riassunto nella storiella del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno…

Così ci sono persone per le quali le previsioni di una giornata di pioggia o neve incrina l’umore ed altre che non ne vengono minimamente toccate. Poi ci sono quelle che traggono piacere anche dai pochi vantaggi che possono portare giornate del genere.

Questo è il punto. Tutto ciò che possiamo fare è trarre il massimo risultato anche dal minimo evento e per questo esistono infiniti coach, corsi, libri di self-help ma, alla fine, sta tutto nel carattere di una persona, perché se un evento può dar vita a numerosi tipi di reazione ciò che conta è che il risultato sia sempre positivo per noi, che ci aiuti a superare ogni ostacolo e ci spinga a credere che domani sarà un giorno bellissimo anche se è previsto l’arrivo di un uragano.

Naturale e artificiale

Naturale 1 artificiale 0. Sembra scontato ma non lo è.

Un argomento che mi frulla nella testa da tempo. Perché spesso ho notato quanto siamo tutti portati verso l’artificio, semplicemente perché la natura, nelle sue imperfezioni, non è così bella/attraente come, appunto, l’artificioso/artificiale. Eppure, tutti ad ammirarla, fotografarla, elogiarla, la natura!

Alla fine, però tendiamo a circondarci di cose belle, anche sulle nostre tavole: cibo bellissimo, frutta tanto perfetta da sembrare finta. Ed è proprio questo il punto: è finta.

Insistendo a rifiutare tutto ciò che non sia perfetto, ci stiamo circondando di persone altrettanto artificiali. Non mi voglio soffermare sulla chirurgia estetica che ha riempito il mondo di esseri amorfi, più simili al nulla che belli. Vorrei invece cercare di capire, insieme a voi, come sia possibile che siamo portati ad escludere tutto ciò che non sia perfettamente in linea con determinati canoni.

Eppure, se sono così tante le persone artificiali che piacciono, sarà per caso che dobbiamo/dovremmo dare un’occhiata un po’ più profonda alla nostra idea del bello, a ciò che significa per noi?

Un tempo si diceva “É una bellezza naturale” oggi sfido chiunque a trovare bellezze naturali, in giro. E così vale per tutto ciò che ci circonda. Inutile, siamo attratti dall’artificio pur rinnegandolo.

Non volendo entrare in merito al rapporto estetico con la natura, concetto caro alla filosofia, da Berkeley a Kant, vorrei però soffermarmi sul come noi vediamo ciò che è naturale e come, da sempre, cerchiamo di stravolgere la natura per far sì che cambi a nostro piacimento.

Così addomestichiamo animali, pensando di far loro del bene, cambiamo i connotati dove troviamo un difetto e preferiamo un cibo che si presenti bene ad un altro gustoso ma non in linea con i nostri canoni.

Perché siamo così, meravigliosi incoerenti, capaci di adorare un cucciolotto bruttarello ma di scegliere un animale da compagnia che reputiamo bello perché attratti da determinate caratteristiche. Naturale, direi…

 

Pensare con la propria testa

Dovrebbe essere il nostro primo “credo”. E sarebbe fantastico se tutti noi crescessimo con questa convinzione.

Eppure, tutti sono convinti di pensare con la propria testa anche se non è vero, condizionati come siamo dalla società; leggendo poi con attenzione gli scritti sui social realizzo quanto sia difficile incontrare gente che lo faccia realmente.

Perché per farlo è necessario, prima di tutto, interessarsi e conoscere ciò che dici; esempio? Faccio una colazione sana… Cioè bevo caffè e brioche. Sbagliato: pensi di fare una colazione sana ma non è così, eppure la maggior parte di noi italiani si nutre così, pensando che magiare un piatto di pasta integrale significhi mangiare bene.

Insomma, alla base di tutto c’è l’ignoranza imperante, quella che porta la maggior parte tra noi a nutrirsi di programmi televisivi spazzatura, capaci solo di riempire la testa di sciocchezze.

Partendo dal presupposto che quando siamo bimbi le nostre idee sono ben condizionate dalla famiglia e dalla scuola, se si ha la sfortuna di avere la prima e la seconda con grossi problemi, va da sé che non sia facile ragionare al meglio con la propria testa, proprio perché le nostre prime idee sono quelle dei nostri genitori, poi la scuola ci forma ed il resto la fa il DNA.

E poi, come scrivevo in un vecchio articolo, le fonti. Perché se ciò che impariamo lo facciamo da fonti sbagliate, e soprattutto non mettiamo a confronto idee diverse per arrivare ad un nostro personale punto di vista, allora è come leggere sempre le informazioni dallo stesso giornale: sarà il punto di vista di una parte, quindi non corrisponderà mai alla realtà dei fatti.

Un tempo leggevo almeno un paio di quotidiani, la mattina, proprio perchè appassionata di politica mi piaceva leggere la stessa notizia da punti di vista differenti. E cambiavano molte cose.

Alla fine la famiglia, la scuola e la gente che abbiamo frequentato nei primi vent’anni della nostra vita ha fatto sì che la nostra mente ragioni oggi in una maniera piuttosto che un’altra. E la lettura di infiniti libri, quindi punti di vista differenti e la curiosità verso tutto, soprattutto le fonti di ciò che ci arriva, dovrebbe fare una grande differenza.

In poche parole ciò che possiamo fare per ragionare sempre con la nostra testa è non prendere tutto ciò che ci arriva come verità assoluta ed informarci, perché solo andando in fondo alle cose potremmo capirle e, chissà, magari vivere meglio!

 

La fiducia come medicina

Intendo il potere terapeutico della fiducia, quindi sì, abbiamo sempre a che fare con le relazioni: tutti abbiamo relazioni dalle quali traiamo la forza per andare avanti con la nostra vita.

A volte riusciamo addirittura a guarire da mali reali, perché è ormai noto che contare su qualcuno, intendo contare veramente, diventa prima di tutto un modo per dividere le proprie ansie rispetto a qualsiasi cosa, e poi, se nella persona cui ci riferiamo riponiamo assoluta fiducia, allora, tutto è più facile.

Ho letto che soprattutto le malattie dermatologiche, che più di altre hanno a che fare con malesseri che si palesano attraverso la nostra pelle, possono anche sparire improvvisamente, come sono arrivate, proprio perché il problema, inteso come un malessere interiore, è stato superato.

In genere c’entrano le persone che abbiamo accanto, capaci di guarirci e pure di farci ammalare. Oltre naturalmente ad un bravo medico, nel quale noi abbiamo assoluta fiducia.

Eccola di nuovo, la fiducia! Eppure i bravi dottori sanno bene quanto sia importante il rapporto con il paziente e riscoprono il valore dell’empatia nel proprio lavoro, curando ancor prima la persona, della malattia.

La nostra mente, alla fine, è capace di cose incredibili e l’effetto placebo ne è la dimostrazione; quante volte è stato dimostrato che una cura nella quale crediamo ci dia risultati ben superiori al reale risultato. Purtroppo è anche vero il contrario, quindi se ci convinciamo di qualcosa di negativo e come se l’attirassimo e c’è bene poco da fare…

Ecco perché l’educazione alla fiducia, quando si è bambini risulta così importante: nel momento in cui crediamo davvero in noi, questo ci aiuterà a superare le inevitabili magagne della vita, anche quando sono disagi fisici, malattie, perché alla fine rappresentano dei piccoli incidenti e, come quando ci sbucciavamo le ginocchia, se basta un bacetto per farci superare  tutto, allora ci rialzeremo pronti per continuare a camminare.

La magia è proprio questa, in fondo il trucco sta nelle nostre convinzioni: se ci crediamo, in qualcosa, allora si realizzerà…

 

Il desiderio porta felicità

Se desiderio e felicità fossero l’uno la conseguenza dell’altro la questione non si porrebbe.

Tutti rincorriamo la nostra felicità, nel senso che per ognuno di noi ha modi differenti di raggiungerla ma ciò che per tutti funziona è la leva del desiderio, inteso come progetto, di qualsiasi tipo.

Da bimbi, la realizzazione dei nostri desideri coincide con un gioco, un gelato o un momento di allegria in famiglia. Poi si cresce ed ognuno di noi prende strade diverse, coltivando sogni molto differenti, alla fine però conta che esistano, questi sogni, che ci diano il motivo per alzarci la mattina e sorridere.

Nel momento in cui pensiamo di realizzare qualsiasi cosa, che sia un progetto di lavoro, uno di vita vita con qualcuno, un viaggio o solamente un bagno caldo, abbiamo qualcosa da realizzare quindi qualcosa per cui vivere. Ma non sono solo questi i sogni che ci fanno stare meglio.

Ecco qui la magia della diversità tra noi tutti. Per me può essere entusiasmante una serata con bagno caldo, musica e cena a letto, facendo di volta in volta ciò che mi piace di più; per altri andare a ballare in un bel locale con amici con cui condividere musica etc…

L’importante è di averli, i progetti per qualcosa di bello, ed averne la consapevolezza, nel momento stesso in cui si sta vivendo quella situazione. Perché alla fine non c’entra ciò che ci rende felici ma l’attesa di quel momento e la consapevolezza quando lo realizzi. Il resto è assolutamente soggettivo.

Come sostiene Bertrand Russell “La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità”, proprio perché senza un progetto ma soprattutto l’entusiasmo che porta si rischia una vita amorfa.

Ed una vita senza sogni, di qualsiasi genere siano, ha un po’ meno gusto; ora, ad esempio, sogno di uscire di casa e di sentire il tepore del sole, finalmente, dopo qualche giorno di freddo e temperature sotto la media… Un desiderio piccolo-piccolo, vero, ma sono dell’idea che piccole realizzazioni portino a grandi soddisfazioni.

 

L’esperienza degli errori

O si potrebbe dire che gli errori portino esperienza. Resta il fatto che senza i primi, la seconda non può esistere. E fin qui infinite banalità. Ora vorrei focalizzarmi su un punto differente, cioè quello che ci insegna quanto sia importante sbagliare, cioè farli quegli errori, per poter imparare.

Ci han sempre insegnato, soprattutto a scuola, che gli errori van puniti, con un brutto voto, una nota di demerito; scopriamo invece che sono i benvenuti, necessari per poter crescere. Uno più saggio di me diceva che errare è umano, perseverare diabolico ed in parte è vero.

Rimane indiscutibile che sbagliare sia necessario per creare esperienza e senza che l’errore dia inizio a quel senso di fallimento, capace di bloccarci, possiamo dichiarare quanto sia sbagliato demonizzarlo. Cerchiamo di non cadere però nell’idea che una vita trascorsa interamente nella confort zone sia quanto di più auspicabile possa esistere. Come dire che stando fermi non ci facciamo male: vero, in parte,  ma non ci offre la possibilità di avventure magnifiche! Trovo che nell’immobilità stia già l’errore!

Per mettersi alla prova è inevitabile il rischio, la prudenza non ha mai portato ad alcuna grande avventura/scoperta ed evitare il rischio per evitare l’errore non funziona. Tutti abbiamo paura quando ci apprestiamo a fare qualsiasi cosa cui non siamo abituati, piccola o grande che sia, ma la paura ha garantito la sopravvivenza della nostra specie… Vero!

Valutiamo ogni situazione ci si presenti, cercando di prevenire eventuali cadute ma poi buttiamoci a capofitto in qualcosa in cui crediamo: potremo anche fallire ma ricordiamoci sempre che la fortuna aiuta gli audaci ed una vita colma di avventure conoscerà fallimenti come quella immobilizzata dalle paure stesse…

Ascoltiamo le nostre emozioni e piuttosto lavoriamo sulla capacità che abbiamo di gestirle. É anche vero che la gestione delle emozioni risulta uno tra i grandi segreti della vita, senza la quale non saremmo in grado di cogliere le migliori opportunità, che non sempre si palesano in maniera evidente.

Certo, dipende dall’esperienza, dal DNA, che  ci portano ad assumere un atteggiamento piuttosto che un altro, ma il coraggio, quella propensione al rischio, è data unicamente da noi, direi una scelta!

Ed è sempre la gestione del rischio che crea opportunità, l’immobilità, che non corrisponde comunque all’assenza completa di rischio, non ne è capace!

Un proverbio cinese dice:”Controlla le tue emozioni o loro controlleranno te” Risponderei che l’eccessivo controllo può portarti a perdere la sostanza delle cose belle e ad un affaticamento estremo.

Ma tra una vita piatta e prevedibile, non sempre, ed una tra alti e bassi, che dite? Non è facile scegliere?!

Siamo sempre online…

Lo smartphone onnipresente, impressionante!

Siete mai stati in un ristorante, anche di un certo tipo, intendo romantico, degno di una cena intima?! Bene, e non vi è mai capitato di notare, ad un tavolo accanto al vostro una coppia che per l’intera durata della serata non abbia fatto altro che guardare il proprio smartphone, senza intavolare conversazione alcuna con il partner?

La prima volta che mi capitò di notare una situazione simile pensai che i due partner del caso fossero arrabbiati e che stessero tenendo quell’atteggiamento proprio per evitare qualsiasi tipo di conversazione. Poi mi è successo molte altre volte e a quel punto ho iniziato a mettere in dubbio la questione litigata/broncio, scoprendo che ciò che ho visto è solo l’esternazione di un disturbo ben preciso, che colpisce sempre più coppie, rischiando di mandare a monte qualsiasi tipo di relazione. Lo smartphone tra loro.

Così ho scoperto che esiste una percentuale spaventosa di persone che soffre di questa dipendenza dal proprio smartphone, tanto che il terzo intruso non viene escluso nemmeno in quei momenti di coppia, dove sarebbe opportuno rimanesse spento e lontano.

Invece leggo che lo smartphone è oggetto dell’ultimo pensiero della sera ed il primo della mattina, altro che l’amore della propria vita!

Ci sono persone che lo pongono sul comodino e non appena terminate le effusioni amorose si precipitano a guardarne il display, come se controllare l’ultima mail ricevuta o messaggio whatsup risultasse di importanza vitale!

Ovvio che questo disturbo abbia un nome, ed è  phubbing.  Formato dal termine phone + snubbing, “snobbare”, descrive l’atteggiamento di chi ignora le persone accanto a sé a favore del proprio smartphone. E se questo disturbo ha un nome non è perché colpisce qualche persona qui o là, bensì perché rischia di trasformarsi in una vera e propria pandemia, dove la cura sarebbe tener spento lo smartphone ogni volta che ci si trova in relazione con qualcuno di importante, che meriti, quindi, il massimo dell’attenzione, senza badare agli infiniti trilli del telefono, a testimonianza di qualche messaggio/mail/tweet o notifica.

D’ora in poi una delle più importanti prove d’amore e di interesse verso una persona sarà proprio spegnere il proprio smartphone e dedicare la nostra attenzione per una sera intera a chi abbiamo accanto, scongiurando così la diffusione di questo virus micidiale, il phubbing, capace di mietere sempre più vittime su questo pianeta! Bella sfida…

Una vita senza navigatore

E per navigatore non intendo solo quello che ci può salvare dagli ingorghi più incredibili, avvertendoci di una via migliore di percorrenza, intendo anche quello sul quale hai fatto conto e che ti ha garantito di arrivare a destinazione per una determinata ora ed improvvisamente, senza apparente motivo, ti molla a dieci minuti dalla meta, in un totale senso di smarrimento.

No, non è colpa tua, che hai il telefono con la carica esaurita, nemmeno lui è causa di quell’improvvisa ribellione. Sta di fatto che tu, con le tue uniche forze, non sei in grado di raggiungere la meta, che proprio in quell’occasione é di vitale importanza raggiungere.

Questo, intendo, quando prendo in considerazione la mia vita senza navigatore.

Oggi, non siamo più in grado di fare a meno di quell’aggeggio infernale, che ci semplifica il raggiungimento di qualsivoglia destinazione o la complica a dispetto della nostra smisurata fiducia in esso.

Poi vorrei prendere in considerazione il fatto che un tempo, se ti fermavi a chiedere indicazioni, c’erano molte possibilità che chi interpellavi ti desse le dritte giuste. Oggi no: chiedi sempre a qualcuno che non è del posto. Ma possibile?! Secondo me può essere che si vergognino  a dire che non conoscono i nomi delle vie, a confessare la propria ignoranza del caso, proprio perché abituati ad usare sempre il navigatore, quindi non allenati all’uso del propria bussola cerebrale.

Un po’ come non allenare la nostra mente ai conteggi, usando la calcolatrice persino per i più semplici, ci metta nelle condizioni di non essere più in grado di sommare o sottrarre con risultati sufficienti!

Senza cascare nel discorso obsoleto riguardo la tecnologia che aiuta sì o aiuta no, vorrei solo constatare quanto siamo dipendenti dal navigatore, quanto dipendiamo e ci affidiamo e quanto questo ci porti ad una effettiva dipendenza ed un conseguente momento di panico qualora ci abbandonasse.

Ancor peggio che se fossimo lasciati in balia degli eventi, in un bosco, la notte.