Una vita sui social

Non è più vita, moltissimo tempo sui social per la maggior parte della gente, complice il proprio smartphone, senza preoccuparsi di spegnerlo, nemmeno durante il sonno.

Stiamo arrivando al punto di non ritorno, molti dicono, per me l’abbiamo sorpassato largamente ed a testimonianza di questo basta dare un occhio alle persone, perennemente attaccate a questa vita virtuale che sta  prendendo il posto di quella reale.

Se prima si puntava il dito sui ragazzini, ora dando un occhio in giro, sono gli adulti ad essere dipendenti dal proprio smartphone: basta osservarli, ad esempio, in auto ai semafori: viene verde e sono ancora presi dal messaggio, il post, rallentando così la partenza.

Dovrebbero vietare con forza l’uso del telefono in auto e dar multe salatissime perché ultimamente il numero degli incidenti per distrazione è da imputarsi soprattutto all’uso sconsiderato dello smartphone alla guida.

Fino a pochi anni fa la distrazione in auto era data dal telefono che squillava, poi il messaggio, più avanti Facebook, Twitter ed infine Instagram ed altre mille applicazioni. Ed ecco che pian pano hanno preso piede, per la facilità dell’uso ed il costo pari a zero rispetto all’utilizzo. Ormai tutti possono connettersi da casa, dal luogo di lavoro ed in giro, senza alcun freno.

Gli esperti del settore ne parlano come di un fenomeno in crescita continua, soprattutto perché sta dando risultati ragguardevoli a livello commerciale, quindi se la tua attività non ha rilevanza sui Social, rimane ininfluente, hai minor ritorno di immagine, perciò di denaro.

Se invece la vita personale deve dipendere dal numero di like o di followers vuol dire che al di fuori del virtuale non esiste. Può portare ad alienazione perché fa perdere il contatto con la realtà: è un grosso errore credere ad ogni cosa si legge sui profili, sui social ed ancor peggio pensare che tanti contatti ed amici siano paragonabili a quelli reali.

Il fenomeno  di nascondersi dietro una maschera per creare un’immagine che corrisponde più ai propri sogni che alla realtà dei fatti. Senza contare che una certa dipendenza dai social può in alcuni casi compromettere la propria produttività lavorativa.

Per il resto, come sempre, l’equilibrio sta in mezzo, usando questo mondo virtuale come un mezzo per rendere la nostra vita più semplice senza che diventi lei la protagonista indiscussa della propria esistenza.

La lista è una questione mentale

Fare la lista implica innanzitutto organizzazione generale, una di quelle caratteristiche con le quali ci nasci, oppure no. Col passare del tempo, certamente, chi è sempre stato abituato alla massima organizzazione necessita sempre più di liste per non dimenticarsi le cose.

Una volta erano rappresentate da biglietti infiniti e spunte, oggi invece abbiamo la tecnologia in aiuto, si usa la To Do list ma è la versione moderna della vecchia lista dove si annotavano cose, da fare e ricordare. Infatti il mercato delle app per le liste di cose da fare è in continua crescita.

Crescono infatti le applicazioni che troviamo su Google Play o su App Store; ci sono quelle che ormai hanno superato infiniti download e sono Any.Do, Wunderlist, Google Keep, Trello e Remember the Milk.

I servizi che offrono sono simili, validissimi aiuti in grado di farti tornate alla memoria qualsiasi cosa, un po’ come avere una segretaria che tenga sotto controllo i tuoi impegni o che annoti per te le cose che mancano dal tuo frigorifero, regali da fare, abbigliamento da comprare, insomma, un aiuto indispensabile, soprattutto per chi ha una memoria scadente.

Ora poi, queste app si possono pure condividere con i membri della propria famiglia, i colleghi, gli amici, insomma aiutano ad organizzarsi al meglio la vita e spesso a non fare figuracce per la dimenticanza di un compleanno, un regalo, un avvenimento.

Il concetto di lista, poi, non è per i soli maniaci dell’organizzazione, ha un valore notevole, implica dar significato al fare, quindi importanza ad una sorta di processo produttivo, capace di rendere la vita meno complicata.

Rappresenta quasi una disciplina, un modo di fare che ti porta ad annotare qualsiasi cosa, per non dimenticarla o per rendere la giornata più facile da gestire. E funziona. La lista più usata è quella per la spesa, ovviamente, poi impegni, cose da mettere in valigia, di questi giorni, ed infinite cose che ognuno di noi pensa di poter dimenticare.

Le app to do list vengono in nostro soccorso anche quando non sappiamo come prendere appunti o dove segnare la lista delle cose da fare, da dire.

Per quanto mi riguarda, grazie lista, senza di te la mia vita sarebbe peggiore!

Sfruttiamo il nostro cervello!

Vorrei poter dire che il nostro cervello ha un potere grandissimo che noi non siamo in grado di sfruttare appieno. Della serie che potremmo imparare una decina di lingue in maniera semplice ma ci accontentiamo di usare la nostra e basta. Troppa fatica, siamo dei pigri senza speranza!?

Ma questa è una credenza, un vecchio concetto che scienziati fino a metà del secolo scorso sostenevano senza alcuna dimostrazione. E qualche setta religiosa pure.

Al contrario è stato dimostrato che il nostro cervello è completamente in funzione e si può spiegare facendo riferimento al momento in cui  accadono incidenti, anche piccoli, che possono avere gravi conseguenze, cosa che non accadrebbe se parte del cervello non fosse sempre attiva.

Si potrebbe prendere l’argomento da un altro punto di vista, quello soggettivo; intendo dire che è vero, noi potremmo imparare tante cose se vincessimo la nostra natura e se ci impegnassimo, cioè usando appieno la nostra volontà forse arriveremmo dove non avremmo mai sperato, ma questo dipende unicamente dal nostro impegno.

Potremmo perciò affermare che la maggior parte di noi non si sforza più di tanto per aumentare le proprie capacità/conoscenze, al di là del fatto che possediamo un cervello con determinate caratteristiche  e che i suoi limiti diventano certamente i nostri.

Ci sono infatti persone che con grande volontà ed il buon uso della propria materia grigia riescono dove altri nemmeno possono sperare. Ma questo, signori, non è saper sfruttare al 100% il proprio cervello nel senso stretto del concetto, bensì decidere di accontentarsi di ciò che siamo/conosciamo o cercare di migliorarci.

Perché è indiscusso che con grande applicazione potremmo elevare le nostre capacità oltre il sei scarso e spesso ci accontentiamo del minimo sindacale, ma si parte dal presupposto sbagliato, cioè che tutti posseggano un cervello con grandi capacità quando, al contrario, è noto che non tutti gli esseri umani siano baciati dall’acume e  possano sfruttarlo a vantaggio del proprio ingegno.

Possiamo dire però con certezza che un cervello allenato dà migliori risultati come un corpo allenato, questo è verissimo!

 

Se piaci a tutti non piaci a nessuno

Ma piaci a te stesso?

Sono sempre esistite le persone che piacciono a tutti, a molti per lo più, che in fondo sembra vivano per compiacere l’altrui giudizio. Quando si trovano in un gruppo acquisiscono le caratteristiche dello stesso, e così, cambiando tipologia di gente, cambiano anche le idee, adattandosi ogni volta a seconda delle condizione.

Ma non riescono ad essere se stessi in ogni caso: perché esserlo significa prima di tutto dare forza alle proprie idee, anche se contrastanti con quelle di altri. Il confronto aiuta a crescere da sempre e solo se  siamo in grado di capire noi stessi, forse saremo in grado di capire gli altri. Sarà pure psicologia spicciola ma la realtà non è distante.

Quando invece hai le idee chiare su qualche argomento e la pensi in maniera differente, ecco che diventa più complicato, perché cercare di essere perfetti sul lavoro, per la famiglia, per gli amici sarà pure meraviglioso ma, oltre che estremamente faticoso obbliga chiunque al venir meno della propria personalità. Quindi non va bene; un po’ come se per compiacere gli altri debba per forza annullarmi.

D’altro canto è giusto smussare un poco le proprie caratteristiche, soprattutto se sono in contrasto con il prossimo, ma plasmarci, a mo’ di camaleonte, solo per piacere al prossimo, decisamente no.

Sarebbe bello poter lavorare su noi stessi per migliorarci ogni giorno e stare bene con la nostra testa, il nostro corpo, prima di tutto; di conseguenza staremo bene con gli altri, al di là delle nostre idee, e pure dei nostri difetti che per altri, a volte possono essere importanti misure di confronto.

E poi è falso, perché apparire diversi da come siamo, giusto per accontentare gli altri, può essere anche controproducente per noi e per qualsiasi rapporto stiamo instaurando con chiunque. Non diamo la reale versione chi siamo, quindi prima o poi, quando questa ne avrà abbastanza di star nascosta, ecco che gli altri si stupiranno, quasi non riconoscendoci.

Non piaci a tutti? Bene.

Presentiamoci sempre per come siamo, stando comodi nella nostra essenza e lasciamo che ci sia qualcuno a cui non piacciamo, che esistano persone che hanno un carattere che non collima con il nostro é più che normale, d’altra parte non siamo fatti per piacere a tutti!

Intorno a noi meglio pochi amici ma buoni.

 

 

Sii differente

Essere differenti, già lo siamo per natura, tutti. Ognuno col proprio corpo/carattere assolutamente unico. Ed il mondo, mai come oggi, a sottolineare la differenza. Perché?

Coprirsi interamente il corpo di tatuaggi vuol dire differenziarsi?

Distruggere qualsivoglia cosa in giro, un’opera d’arte, perché no, è differenziarsi?

Cambiare modo di vestirsi, esagerando e sparlare, non comunicare con il prossimo, vuol dire essere differente?

Non penso proprio, la vedo più che altro come una volontà forzatissima per mettersi in mostra, ma nella stessa identica maniera di tanti altri, quindi essere comunque nel mucchio.

La vera differenza, quella di chi si nota nel marasma generale, la fa un comportamento gentile, gioioso, aggraziato ed empatico, non di certo una qualsiasi ostentazione.

Viviamo in un mondo dove le differenze stridono sempre più, dove la diversità è sempre vista con accezione negativa, quando al contrario potrebbe essere un arricchimento, come quando ci si trova a tavola ed abbiamo cibo di tutti i tipi, un’abbondanza che è solo sinonimo di varietà nella scelta.

Si sa che conoscere il mondo che ci circonda dona infiniti punti di vista diversi e per questo fossilizzarsi sulle proprie idee ci limita solamente; alla base di tutto c’è la conoscenza approfondita dell’altro, nel senso più ampio del termine, che ci fa proprio comprendere a fondo la diversità che esiste tra di noi, tutti.

Sono le stesse che ci completano ed arricchiscono, ma non devono essere confuse con l’aberrazione della normalità, un po’ come nel modo forzato di differenziarsi dall’abitudinario, quando vediamo persone che  mostrano le mutande e spesso molto di più, oppure quelle che vestono i propri cuccioli, intendo gli animali domestici, ignorando, quindi mancando di rispetto, alla loro/propria natura.

Perché? Per differenziarsi?

Direi, sii differente da tutti quelli che si scagliano contro i deboli, solo perché è molto più facile, sii differente anche da chi è dentro uno schema e non sa nemmeno il perché, allora vai contro corrente se il tuo cuore e cervello ti fan capire che non è giusto.

Rompi gli schemi quando capisci che le informazioni che ti arrivano non sono reali, sii differente dal pensiero comodo e superficiale e quando facciamo tutto questo ricordiamoci di farlo nel pieno rispetto del prossimo, già, perchè rispettando il prossimo rispettiamo noi stessi.

 

Parliamo del nostro vocabolario?

 

Per vocabolario intendo l’insieme di parole che solitamente usiamo per esprimerci, per parlare, del nostro linguaggio, insomma; dipende innanzitutto dalle persone che ci circondano, dal tipo di conversazione che intratteniamo con i famigliari e sul lavoro. Poi dalle proprie letture, dalla formazione, certo, ma soprattutto dal linguaggio che siamo abituati ad usare. Che è anche risultato di abitudine e pigrizia.

Poco tempo addietro in Italia c’era un tasso di analfabetismo davvero notevole ed ancor oggi molte famiglie insistono a parlare unicamente utilizzando il dialetto del posto, senza sforzarsi ad usare la lingua del nostro Paese, così ricca ed armonica.

In genere una persona di media cultura utilizza pochi vocaboli rispetto alla quantità esistente e per spiegarsi al meglio si aiuta con neologismi, parole nuove, spesso storpiate dimenticando quelle imparate da bambino. E questo la dice lunga sui nostri pensieri.

Che c’entra? Vi chiederete? C’entra, eccome…

Secondo uno dei più importanti linguisti italiani, Tullio De Mauro, scomparso di recente, un individuo con istruzione medio-alta utilizza fino a 47mila vocaboli, mentre la media ne usa circa 6.500.

Tenendo conto che secondo la Treccani esistono dai 210 ai 260 mila termini nella nostra lingua italiana, direi che in generale siamo decisamente scarsi e non onoriamo la nostra che è reputata una lingua decisamente interessante e musicale.

Ma torniamo al collegamento linguaggio pensieri.

Qualche volta sforziamoci di utilizzare i sinonimi, quelle parole spesso ignorate a vantaggio delle solite, banali, usate nel nostro quotidiano. Basterebbe un minimo di impegno e le nostre conversazioni migliorerebbero notevolmente.

Galimberti dice “Le parole sono fondamentali perché se non conosci le parole per spiegare cosa hai in testa non riesci nemmeno a realizzare alcunché”. Quindi tutto parte dal nostro vocabolario, ciò che sappiamo/comprendiamo. Ed avere idee migliori, chissà, potrà portarci ad un futuro di cui andare fieri.

Va da sé che la responsabilità prima nell’educazione di un individuo sia la scuola, che dovrebbe trasmettere la passione per la lettura e di conseguenza l’acquisizione di una quantità tale di vocaboli da render possibile la realizzazione di proprie idee.

Quindi, leggiamo tanto, soprattutto testi di qualità ed auguriamoci che la scuola venga prima o poi riformata, per trasmettere cultura/vocaboli in grado di portare nuove idee.

 

 

 

 

 

Quando la curiosità fa la differenza

Subito da definire, scanso equivoci: curiosità non intesa come ficcanasare nella vita degli altri ma come cercare/approfondire riguardo qualsiasi argomento nel vastissimo mondo della conoscenza.

Curiosità intesa come parte integrante ed incontrastata dell’intelligenza stessa. Che significa la continua ricerca del sapere ed implica infinita lettura e non solamente settoriale, cioè di ciò che ci compete, magari per lavoro.

La curiosità infinita che ci porta a leggere ed informarci su temi che non conosciamo ma che ci interessano; ecco, è strettamente legata all’interesse di ognuno di noi che dovrebbe spaziare non solo nel campo del proprio lavoro o delle nostre passioni ma soprattutto dovrebbe spostarsi verso quei buchi neri della nostra ignoranza, dove non sappiamo/capiamo.

La differenza tre l’applicazione del nostro interesse rispetto ad un qualsiasi argomento, che implica spessissimo un interesse più grande e generoso: quello per tutto ciò che ci circonda, anche gli altri. Per fare psicologia spicciola, implica anche un certo modo di comunicare con il resto del pianeta e di interessarsi al prossimo.

Detto questo, si può trascorrere la propria intera vita in maniera diversa, per carità, e non capire/interessarsi all’altrui cosa ma il risultato sarà ben differente dall’esistenza di chi interagisce realmente col mondo che lo circonda e ne conosce le abitudini, la vita, il trascorso. Perchè si interessa, cioè legge, capisce, comprende.

Il meccanismo è sempre uguale: per capire qualsiasi cosa è necessario osservarla/studiarla ed approfondire, fermandosi soprattutto su ciò che risulta più incomprensibile; poi avere l’opportunità di parlarne con qualcun altro, per confrontarsi ed aumentare la propria comprensione.

Così si arriva a conoscere sfumature che nemmeno immaginavamo e a volte a ricrederci su come funziona, senza cadere nel meccanismo molto più semplice che porta dalla mancanza di conoscenza direttamente al giudizio. Meccanismo molto pericoloso ma il più semplice, gretto e scontato.

Il pregiudizio in sostituzione a tutto il resto, così, direttamente dall’ignorare una cosa al giudicarla, senza conoscerla.

Un modus operandi più che utilizzato, purtroppo…

 

A modern family

Guardiamo subito a casa nostra, in Italia, intendo.

Ciò che per noi è “moderno” non lo è per il resto del mondo, proprio perché abbiamo delle tradizioni da sempre restie al termine stesso. Decisamente differente il modo di educare i figli, anche solo varcando il nostro confine, da madre, direi proprio che dovremmo prendere esempio dalle nordiche o croate.

“A modern family” è anche il titolo di una serie televisiva con protagonisti due gruppi famigliari diversi dalla norma ma sani e divertenti.

Voglio dire che ciò che per il nostro Paese è moderno, risulta compassato in altre nazioni, nell’Europa stessa. Anche le nostre famiglie, pur così differenti da quelle dei nostri genitori, risultano ancora restie a determinate situazioni.

Di certo ha a che fare con l’evoluzione culturale ed economica, rimane il fatto che un tempo la famiglia seguiva delle tradizioni molto sentite da tutti e le abitudini erano diverse; ci si trovava a tavola, pranzo e cena, mentre oggi non è facile radunarla, per gli impegni diversi dei membri e gli orari di scuola/lavoro che coincidono poco con il rituale della tavola. Tranne eccezioni per eventi particolari. Nel nostro Paese è più facile trovare ancora il vecchio modo di concepire la vita come un tempo, soprattutto se andiamo in provincia o nel nostro sud.

Mi piace il modo più libero di approcciarsi al concetto di famiglia oggi ma i ricordi migliori li associo ai tempi che furono. Lasciando da parte le abitudini intorno a tavola, è cambiato proprio l’assetto della famiglia moderna, che poi è la base su cui si fonda tutto; dai tempi in cui ero bambina, in cui le coppie separate rappresentavano una rarità, ora è difficile che festeggino i vent’anni di felice unione.

Quindi la “modern family” è caratterizzata da un nucleo familiare decisamente più ampio, perché se le separazioni trai coniugi fanno ormai parte della normalità, ecco che esistono la nuova compagna del papà e/o il nuovo fidanzato della mamma, con altri figli che condividono il nucleo familiare senza troppe complicazioni.

Capita così di conoscere il nuovo amore del papà che ha l’età più vicina a quella del figlio dello stesso o ragazzi che frequentano la medesima scuola/classe e condividono i genitori, da poco tempo. Tutte novità che hanno regalato nuovi assetti e spesso arricchito il clima della famiglia.

Perché siamo tutti d’accordo sul fatto che se le coppie non funzionano più è decisamente meglio romperle piuttosto di rovinare la vita a tutti, soprattutto ai figli.

 

 

 

 

 

Infomobilità oggi

Infomobilità, cioè?!

Intendo il vantaggio di usufruire di strumenti capaci di farci muovere meglio, risparmiare tempo: un grande aiuto, insomma!

Ma, perché ci sono sempre i “ma”, rimane poco saggio porre tutta la nostra fiducia sulle informazioni che riceviamo dalle applicazioni che abbiamo sul nostro smartphone e teniamo sempre conto dell’imprevedibilità, leggi sfortuna, e soprattutto del nostro buonsenso.

A chi non è mai successo di basarsi sulle applicazioni varie per spostarsi nella propria città e dover  constatare che le indicazioni rispetto all’arrivo del tram, piuttosto che di qualsiasi altro mezzo, non sono corrette?

Ecco, oppure quando state visitando un luogo che non conoscete e per qualsiasi motivo non riuscite a raggiungere una destinazione perché… Non riesci a capire il perché, forse uno sciopero, che dovrebbe essere segnalato, un incidente, un qualsiasi altro fattore, insomma, resta il fatto che senza l’aiuto della tecnologia facciamo ormai fatica a muoverci ma affidandoci unicamente ad essa rischiamo di mandare a monte il nostro naturale senso dell’orientamento. Per chi ne è fornito, ovvio!

L’infomobilità, nata per incrementare la sicurezza nei trasporti, soprattuto nelle aree metropolitane, si è trasformata oggi in un effettivo aiuto per chiunque si debba muovere, anche senza scomodarsi col proprio mezzo di trasporto.

Importante per la promozione del trasporto pubblico e di conseguenza per la questione inquinamento/ambiente riesce ad accontentare studenti e lavoratori per far sì che le loro giornate non siano all’insegna del pendolarismo più difficile.

Un servizio decisamente intelligente per i cittadini, basato sulla geolocalizzazione, ed in grado di  regalare notevoli benefici con l’aiuto delle tecnologie ormai in uso comune.

Sappiamo spostarci da un capo all’altro della città, conoscendo tragitti con minor traffico e tempistica in base al tipo di trasporto che ci accingiamo ad utilizzare.

Comodo, in certi casi, comodissimo. Peccato che bisogna mettere in conto che talvolta, proprio quando hai i minuti più contati che in altre, può scaricarsi il tuo smartphone o per altre ragioni non funzionare qualche applicazione.

E a quel punto dovremmo essere in grado di saperci muovere come ai tempi dei grandi navigatori o rischiamo la crisi nervosa, in preda alla più sconfortante sensazione di abbandono!

 

L’attualità è ciclica

Perché ciclica è la vita: tutto si ripete, all’infinito. Cicli storici, climatici, e di conseguenza nelle usanze, la moda…

A partire dalla natura tutto risponde ad un ciclo e noi ce ne dobbiamo fare una ragione. Quindi se la Natura è ciclica e la nostra vita è segnata da cicli, allora anche la nostra vita potrebbe far parte di diversi cicli, annullando in qualche maniera il concetto di morte.

La fisica insegna ma questo non è il giusto contesto, certo rimane che possiamo sempre pensare/sperare che al di là di ciò che vediamo e tocchiamo esista una dimensione diversa dove si potrebbe vivere un’altra vita, e poi un’altra e un’altra ancora…

Thomas Burnett, studioso inglese del XVII secolo, nel suo “Teoria Sacra” scrive: “… Il ritorno allo stesso stato, in un grande cerchio del tempo, sembra essere in accordo con i metodi della provvidenza, la quale ama recuperare, dopo certi periodi, ciò che andò perduto o si corruppe…”.

Che sia, quindi un fatto meraviglioso, che possiamo per ogni ciclo, inteso anche come periodo storico, rimediare in qualche maniera a ciò che abbiamo sbagliato in passato?

Oppure anche quella dell’errore si ripeterà fino all’eternità, non come insegnano i buddisti, per i quali l’anima rinasce, ciclicamente, fino al momento in cui raggiunge la necessaria purezza.

In ogni vita si ha la possibilità di evitare gli errori commessi in quella precedente e raggiungere così un più alto grado di purezza. Alla fine di questa catena di nascita e morte si può raggiungere il cosiddetto nirvana.

Bellissimo potersi in qualche modo correggere, sarebbe come avvicinarsi sempre più alla perfezione, che sappiamo non esiste.

Ecco perché continuiamo a compiere gli stessi errori e facciamo fatica a rimediare agli stessi, anche se ne abbiamo la volontà, quanto meno a parole; al contrario del sole, che sorge sempre a est e tramonta ad ovest, garantendoci la vista di incredibili tramonti… beato lui!!