Facebook, il nuovo Bar Sport

Facebook è peggio del Bar Sport perché  se ci soffermiamo sul concetto di tolleranza, necessaria in qualsiasi luogo pubblico, direi che cade, precipitosamente.

Perché è un luogo pubblico nel quale chiunque può entrare e chiunque può parlare, persino urlare, tanto è nascosto dietro la tastiera, quindi non è come nel bar che se ti permetti di mancare dI rispetto a qualcuno, come minimo rischi di rimetterci la faccia, quella vera!

Si permettono di inveire incondizionatamente contro qualsiasi persona solo perché, appunto, non rischiano nulla, si sfogano dando il via al peggio. Senza remora alcuna, senza pensare che le parole, soprattutto se scritte, hanno un peso e che questo spesso si trasforma in una freccia incandescente che colpisce chiunque legga. 

Nonostante i coordinatori e la possibilità di essere bannati si legge sempre più un’escalation di aggressività gratuita, proprio vissuta come diritto, per il semplice fatto che si possano esprimere idee digitando sulla tastiera.

Per carità. Oserei dire che Facebook non è altro che il mondo, con la sua parte peggiore amplificata!

Ognuno può dire la sua, tutti siamo d’accordo, ma sparare a raffica contro chiunque, senza informarsi sulle fonti da cui arrivano le notizie, diventa pericoloso per chi, invece, soffre di una certa sensibilità e non riesce a difendersi con l’uso della scrittura.

Spesso accade che vengano aggredite persone che non avevano lontanamente per la testa di offendere qualcuno ma, si sa, qualsiasi occasione diventa un modo per dar sfogo a tutto il buio che si ha dentro.

E pensare che può essere così utile, se utilizzato nella giusta maniera e riesce ad informare riguardo a qualsiasi cosa.

Perché è nato per unire le persone, non separarle!

Negatività da evitare

Per negatività intendo l’energia negativa che si trova anche in situazioni del tutto normali.

Poi ha diritto di esistere, la negatività, proprio per far da contraltare a tutto ciò che è positivo.

Pensando alle giornate che trascorriamo, qualunque esse siano, se puntiamo la nostra attenzione unicamente sui fatti negativi diventa difficile superare le 24 ore senza un crollo del sistema nervoso.

Lo pensavo ieri sera mentre ascoltavo l’ennesimo appunto su un comportamento sbagliato di qualcuno. Basta. Davvero, intendo seriamente, per la nostra salute, non va proprio bene concentrarsi sempre sulle negatività, su fatti di cronaca assurdi che non possono non infastidire. Rischiamo grosso, e sto parlando seriamente.

Già ci svegliamo e dovremmo evitare di guardare lo smartphone, per molti appoggiato sul comodino. Poi qualsiasi cosa leggiamo, tutto è portato alla tragedia, oltre naturalmente ad eventi che di per sé sono davvero tragici.

Così non esiste più una giornata calda, si legge l’allarme per una caldo torrido e per il freddo, diventa sempre gelo artico in arrivo.

E non fa bene, diventa difficoltoso farsi avvolgere da quella sensazione positiva che ci aiuterebbe invece ad affrontare al meglio le nostre giornate.

Non dico che sarebbe opportuno non guardarsi intorno ed ignorare il mondo, che sarebbe un po’ come assumere l’atteggiamento dello struzzo che infila la testa sotto la sabbia, ma spesso diventa necessario prendere ogni notizia facendo attenzione al suo reale significato.

IGNORIAMO L’ALLARMISMO GRATUITO!

Si tratta di segnali di pericolo, su qualsiasi fronte, come se fossimo sempre in guerra, o in procinto di affrontare qualche situazione terribile.

A volte sarà anche vero, per carità, ma appunto per quello, proprio perché già dobbiamo far fronte ad un mondo difficile, nella maggior parte dei casi un atteggiamento più propositivo sarebbe ciò di cui avremmo bisogno, anche per stemperare, per far sì che pure quelle catastrofi reali che corrispondono a veri disastri, possano essere lette con atteggiamento positivo.

Perché poi usciamo di casa già nervosi e alla prima scocciatura, come un parcheggio difficile da trovare o un automobilista distratto che taglia la strada, diventiamo irascibili e nervosi. Alle otto di mattina. NON VA BENE!!

E NON CI FA BENE! Proviamo a pensarla egoisticamente e quindi, dal momento in cui ci svegliamo la mattina cerchiamo di ignorare il più possibile tutto ciò che cerca di togliercelo, quel sorriso. Per affrontare il resto della giornata con soddisfazione e serenità, possiamo almeno provarci!

 

 

La tecnologia ci ha reso deboli

Tecnologia che oggi è ovunque.

Inutile girarci intorno: siamo diventati tutti indiscriminatamente così delicati, tanto che se si fan quattro chiacchiere con i nostri nonni, chi ha la fortuna di averli, sappiamo bene a cosa fossero abituati loro. E soprattutto cosa sono riusciti a fare, nonostante tutto.

Nonostante tutto. Perché rimane assodato che la fatica, il mettersi a dura prova mette in risalto il massimo delle proprie capacità, poi certo, se la natura non è stata generosa a riguardo, il massimo che riusciremo a fare non sarà un granchè, ma di certo sarà il meglio che potremo dare.

Tutto questo quando ci troviamo nel bisogno. Ed oggi, nel reale bisogno, il mondo occidentale non è. Se, al contrario, non abbiamo mai lottato realmente per ottenere qualcosa, la nostra volontà non sarà così ferrea e  saremo di certo arrivati a raggiungere il minimo indispensabile. Senza troppi sforzi.

Questo è il punto: senza fatica non si raggiunge davvero nulla. I traguardi più ambiziosi, raggiunti con fatica sono di certo tutto ciò cui possiamo arrivare. Il nostro massimo, come facevano i nostri antenati. Ed il progresso ne è il risultato, con la sua tecnologia.

Siamo talmente abituati a certe comodità che non riusciremmo neanche a vivere più di un paio di giorni senza di esse. Certo la qualità della nostra vita, in generale, è migliorata ma non posso fare a meno di pensare all’altro lato della medaglia.

Penso alla creatività, quella che ti porta a sforzarti per inventare un modo per esprimerti al meglio, senza copiare ed incollare. Un po’ come fossimo diventati meno curiosi e non ci sforzassimo a sufficienza per sapere, perché tanto, abbiamo tutto a disposizione.

Mi fa paura pensare che questo spinga le nuove generazioni ad essere meno intelligenti, vivendo solo di riflesso a tutto ciò che già esiste.

Vien da pensare che la consapevolezza delle proprie condizioni di bisogno, sia l’unica spinta in grado di stimolare la nostra volontà a migliorarci, dando la possibilità a chi le doti le ha, di migliorare la propria posizione e di conseguenza quella del genere umano.

La discussione che rimesta dentro

Rimesta, rimesta…

Quando ti colpisce qualcosa, non sempre lo fa nello stesso modo: ci sono argomenti che scavano nel tuo profondo e provocano reazioni che non avresti mai nemmeno pensato di provare.

Così mi è successo un giorno, quando parlando con un amico di femminicidi, soprattutto di un episodio preciso, ho accusato una quantità di rabbia dentro di me, che non pensavo nemmeno di possedere, una rabbia che rischiava di togliermi la lucidità di ragionamento.

Sì, perché quando si parla dell’ennesimo femminicidio a causa di un uomo, mi sento presa in causa, per ovvie ragioni.

Non ricordo nemmeno più come iniziò il discorso, fatto sta che si andò velocemente a sottolineare il dettaglio sull’abbigliamento/atteggiamento della vittima. Sarà che non è la prima volta che leggo/sento di queste cose, sarà che non ho mai sopportato maschilismo/femminismo portati all’estremo, ho sempre sostenuto che ognuno sia libero di vestirsi come diavolo vuole, non per questo possa essere vittima di giudizio, tanto meno di violenze/stupri.

E qui si apre una bella parentesi. Certo che è decisamente più furbo, di questi tempi, coprirsi il necessario per non esporre il corpo come merce al mercato, ma sta di fatto che nessuno ha il diritto di prendersi alcuna libertà, fosse oltre il fischio o l’apprezzamento simpatico.

Apriti o cielo! É iniziata una discussione dove veniva collegato il modo di porsi delle signore, a ciò che poi subivano. Una discussione accesa, dove il maschile ed ll femminile non si sono incontrati, dove ho alzato la voce e mi son giurata di scriverne per conoscere il reale punto di vista delle persone.

Ma davvero, ancora oggi, può essere determinante l’abbigliamento/atteggiamento di una donna, di fronte ai giudizi e alle conseguenti azioni del mondo maschile? Non possiamo invece prendere in considerazione il desiderio di piacere oltremodo, magari spinto dall’insicurezza o da qualsiasi altra motivazione e stop?!

Tutto parte dalla lingua italiana, perché una donna che si veste “sexy”, traducendo semplicemente, significa che veste in modo provocante. Ma provocante, quindi provoca? E cosa provoca?

Come diceva Sordi davanti ad un fantastico piatto di maccheroni in un famosissimo film: “Ti distruggo, me provochi … mo te magno!”

Fantastico film, per il resto, un infinito orrore.

Ordine e confusione

In pratica un quadro della nostra vita. Dove l’ordine è dato dalle regole insegnate dalla famiglia, a scuola, che a volte si scontrano con la nostra natura. Poi l’adolescenza con quella confusione in testa e il seguito di caos nella nostra camera e nella vita.

Arriva quindi il momento in cui si raggiunge un’età in cui ci si divide i due categorie: gli ordinati e i disordinati. Una questione di carattere: ordinati e precisi si nasce, ne sono certa; disordinati anche.

Ma la confusione, quella è un’altra cosa. Può esserci grande chiarezza nel disordine, conosco molti professionisti che ci vivono, nel disordine, senza mettere a repentaglio il proprio lavoro. Certo, dipende dalla misura, che non si porti all’esagerazione. E poi l’ordine maniacale, quello che non lascia spazio ad alcun cambiamento, sempre rigoroso, è spesso considerato una patologia, come del resto il disordine portato all’estremo.

Come al solito  l’equilibrio sta in mezzo: un po’ di sano disordine nell’ordine!

Tempo addietro in libreria avevo notato un volumetto di una scrittrice giapponese che mi aveva colpita: Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità. Marie Kondo, questo il nome della scrittrice. Unisce il concetto del riordino con la psicologia positiva che identifica l’ordine con il benessere. Di conseguenza il disordine dovrebbe essere sintomo di malessere.

In ogni caso è molto interessante come una stanza caotica, colma di qualsiasi cosa, non solo abiti ma stoviglie o altro, possa essere un perfetto inizio per sperimentare questo criterio, fatto di gesti gentili ed organizzazione minuziosa, sino alla trasformazione in ambiente ottimale. Sembra quasi che mettere in ordine, seguendo un metodo ben preciso, possa fare miracoli anche nella propria mente ed insegnare a vivere privilegiando le regole rispetto al caos che per certi è necessario al fine di produrre creatività.

Dovrebbero inserirla a scuola, fin dalle prime classi, in modo da educare anche i bambini più “creativi” al piacere di riordinare la propria stanza e far loro raggiungere l’adolescenza con questo metodo ormai rodato, in grado di diventare una sana abitudine.

Perché dietro il semplice gesto di scegliere cosa buttare, sta il valore di una cosa, ed il creare una gerarchia di importanza per poter scegliere cosa abbia maggior diritto di rimanere, porta alla consapevolezza dei propri bisogni, e pure alla rinuncia.

Certamente aiuta a vivere meglio, soprattutto sarebbe un bel passo avanti per ogni casa dove vivano adolescenti.

Dal Giappone c’è sempre qualcosa da imparare!

 

Obiettivi da raggiungere ne abbiamo?

Dovremmo avere tanti, tantissimi obiettivi da raggiungere: personali e lavorativi. Che è un po’ come avere tanti desideri e muoversi per far sì che si realizzino.

Se qualche nostro desiderio/sogno non si raggiunge, proviamo con altri. E poi, va bene essere ambiziosi, ma cerchiamo di non puntare troppo in alto, di osare, ma diamoci traguardi  non impossibili o si tramuteranno troppo spesso in delusioni.

Iniziamo col dire che quando abbiamo degli interessi nella nostra vita è già fantastico!  Ci poniamo degli obiettivi da raggiungere: bene! Perseguiamoli, impegnandoci al massimo per raggiungere l’eccellenza, facciamo il meglio che possiamo, prendendo ad esempio i grandi campioni sportivi. Per loro è così.

Ognuno di noi possiede dei sogni, l’importante è non metterli nel cassetto e dimenticarsene ma usarli come spinte per migliorarsi e cercare di raggiungerli. Almeno avvicinarsi ad uno di loro!

Obiettivi personali e professionali che ci fanno spendere un’infinità di energia  ma ci aiutano a raggiungere ciò che vogliamo e sono il motivo per il quale ci svegliamo la mattina.

Obiettivi personali e motivazioni, così ha senso la propria vita! Pure con le sconfitte che qualche progetto ci fa incontrare, certo, ma quante volte siamo cascati a terra, facendoci pure male ma ci siamo rialzati ancora più motivati. Un po’ acciaccati, a volte con un velo di paura, ma sempre convinti che solo così abbiamo la possibilità di raggiungere ciò che vogliamo.

Al contrario saremmo scarsamente motivati, apatici e così facendo non potremmo mai raggiungere alcunché, perché il raggiungimento di un traguardo, può portare senza sforzo e con maggior energia a quello successivo.

Quando decidiamo che vogliamo davvero qualcosa, parte una quantità di energia vitale in grado non solo di aiutarci a raggiungere quegli obiettivi, ma sufficiente per lottare e raggiungere altri traguardi ancora.

Sennò diventa un circolo vizioso, fatto di apatia, procrastinazione e immobilità. Di certo insufficienti per il raggiungimento di qualsivoglia meta nella vita.

Oggi esistono dei veri esperti, guru, capaci con allenamento e regole da seguire pedissequamente, di farci raggiungere qualsiasi obiettivo. Ne ho seguiti alcuni e son tutti accomunati da un unico principio base, dal quale parte ogni cosa: la volontà e l’impegno costante che ne segue.

Senza questi due elementi non esiste alcun modo per raggiungere qualsiasi meta. Ed il resto lo fa la forza d’animo, il credere in ciò per cui si sta agendo. Così funziona, niente altro.

Più siamo spinti verso il raggiungimento di qualcosa, maggiore è il desiderio di svegliarsi la mattina.

Anche fosse un piccolo viaggio, una sorpresa da creare per qualcuno, insomma, basta avere in testa quel quid capace di sconquassarci e fare da contrappeso alle mille scocciature che il quotidiano ci porta ad affrontare.

Poi, certo, dipende da come siamo, dal bicchiere che vediamo sempre pieno oppure disgraziatamente vuoto. É il nostro atteggiamento a dirla lunga su come affrontiamo la vita.

Guardiamo questo periodo: se le prime nebbie, il freddo nelle ossa, le giornate buie, ci portano quella sensazione di grigiore generale, non aiutiamo le nostre giornate ad esprimersi al meglio. Se, al contrario, guardiamo la situazione da un differente punto di vista, tanti amici in casa, cene e risate, colori autunnali da far impallidire il miglior pittore, allora è un’altra cosa.

La differenza è tutta qui: come si affronta il tempo, si affronta la vita!

 

L’importanza di stare zitti

Certo, stare zitti è strettamente legato al nostro modo di essere: una persona impulsiva difficilmente è in grado di tacere, soprattutto quando viene toccata sulle corde giuste. L’esperienza e l’età fanno il resto, perciò può succedere che un’impulsiva giovanissima possa trasformarsi in una pacata e riflessiva signora di mezza età. Può essere.

Generalmente si tende ad educare quell’istinto sanguigno e precipitoso che fa agire ancor prima di pensare ma come si nota spesso, l’input caratteriale lascia una notevole traccia anche quando vent’anni non li hai più da un pezzo.

Ciò che invece fa la differenza tra una persona educata ed il resto del mondo, è il buon senso, capace di trasformare l’impulso irrefrenabile nella sua diversa espressione. Succede quindi che, invece di far uscire dalla propria bocca parole inopportune, sia più consono abbandonare il discorso, le persone, la situazione, magari scusandosi per un’improvvisa, quanto opportuna indisposizione.

Ma sarebbero da spendere due parole anche e soprattutto sull’importanza di stare zitti in altre situazioni, ad esempio quando non si conosce l’argomento, il contesto, la persona in oggetto. Troppe parole lanciate al vento, senza alcun criterio, così, proprio per dare aria alla bocca, e le conseguenze di queste boutade creano un effetto a macchio d’olio, dove ogni sciocchezza si gonfia a dismisura.

Quindi da una falsità di poco conto si arriva ad una grossissima bugia, oppure si vuole pontificare su qualche cosa che non si conosce a fondo, così, solo perché si è sentito qualcun altro che l’ha detto alla radio, in televisione, al bar, non ha importanza dove, sta di fatto che senza conoscere le fonti o se non si parla con cognizione di causa la scelta migliore sarebbe star zitti.

Quanto sarebbe perfetto avere sempre le parole giuste per ogni situazione, ci sono però dei casi in cui diventa decisamente meglio tacere, non proferir parola,  a costo di mordersi le labbra.

Perché alla fine ” Meglio tacere e passare per idiota, che parlare e dissipare ogni dubbio”

(Lincoln o Wilde?Propenderei per Wilde, visto il personaggio!)

Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei

Perché inutile negarlo, stare con lo zoppo ci insegna a zoppicare. E chi frequentiamo la dice lunga su chi siamo.

É vero che tutto dipende dall’autostima, ma nel caso sia insufficiente, magari solo per un periodo difficile, diventeremo preda di chiunque frequentiamo, in positivo ed in negativo. Motivo per il quale è necessario frequentare gente propositiva, di carattere e dalla quale imparare sempre qualcosa, al di là della cultura, anche se penso sia necessario uno scambio alla pari.

Nel periodo adolescenziale questo, si sa, è pericolosissimo ma anche da adulti e vaccinati, la realtà rimane racchiusa in una frase del famosissimo Jim Roht, che dice: ” Tu sei la somma delle cinque persone che frequenti di più”. A ben vedere non possiamo che dargli ragione.

Perché è innegabile che le persone che frequentiamo ci influenzano, come noi influenziamo loro a nostra volta. Non per nulla se il livello delle nostre conversazioni rimane molto basso, proprio perché non ci sono scambi di cultura/interessi etc, non avremo quella spinta a conoscere ed approfondire ciò che sentiamo, ci viene detto.

Purtroppo, se ti circondi di persone arrabbiate con il prossimo, insoddisfatte e poco propositive, ecco che si tenderà ad avere lo stesso atteggiamento. Importantissimo l’ambiente di lavoro, e naturalmente la famiglia.

Motivo per il quale la formazione di un figlio è importantissima per poter far sì che possa gestire al meglio i rapporti col prossimo nella propria vita; non sempre adolescenti disturbati provengono da famiglie disturbate ma prevenire è meglio che curare!

Insomma, l’influenza che abbiamo su chiunque ci frequenti, poco e tanto che sia, sta nella formazione di ognuno ma anche dal tempo che si trascorre con loro. Ecco, allora, che ambienti di lavoro viziati, dove non esistano sani principi, porteranno inevitabilmente chi vi lavora ad assorbire energia negativa e comunque a non far fluire quell’empatia capace di migliorare l’ambiente e raggiungere risultati soddisfacenti .

Quindi circondiamoci di persone felici e stimolanti e saremo anche noi più felici ed ispirati.

 

 

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Un mondo ridondante

Un mondo d’abbondanza.

A differenza di non troppi anni addietro, il mondo di oggi sembra proprio colmo di ogni cosa. Sembra.

Ognuno possiede molto di più di quanto possedessero i nostri nonni. Sembra anche questo.

Le case di oggi sono colme zeppe di tecnologia e non esiste cucina che non sia fornita di qualsivoglia elettrodomestico, soprattutto di quelli che non si usano. Ma si posseggono, in cucina o nell’ armadio della cantina. Li abbiamo comprati, comunque. Perché non costano come un tempo, è vero, ma sta di fatto che ci riempiamo di cose che alla fine non utilizziamo spesso. Il superfluo.

Eppure la povertà, quella vera, sta prendendo il sopravvento, quella che era la classe borghese non esiste più ed al suo posto c’è una squadra sempre più fitta di persone in difficoltà, che davvero non sanno cosa mettere in tavola. Terribile.

Da una parte, ovunque ci volgiamo, siamo abbagliati da abbondanza folle, dall’altra, guardando sempre nella stessa direzione, ma con un poco di attenzione ai dettagli, ecco lo stento, la povertà che avanza, la fame.

Un tempo si trattava di ciò che si vedeva nei paesi sottosviluppati, si parlava di Africa come di un posto e di situazioni estremamente lontane, ed erano in tanti che vivevano bene con un solo stipendio, la domenica a pranzo fuori con tutta la famiglia, le vacanze di un mese etc…

Oggi con due stipendi normali ed un paio di figli, gli extra non possono essere la regola e le vacanze in quattro per un mese sono ormai un miraggio per la maggior parte della popolazione.

Però all’uscita dell’ultimo modello di smartphone c’è la coda dalla mattina presto e per le vacanze di Natale al caldo, se non prenoti entro ottobre, è tutto già esaurito. Di certo meno oggi che qualche anno fa, ma il trand non cambia di tanto.

Questi contrasti stridono. E fanno male.

 

Dall’incomprensione all’ignoranza e viceversa

Ovunque si butti l’occhio o si affini l’orecchio si è investiti da tale arroganza! Ed è certamente il risultato primo di quell’ignoranza estesa, capace di portare solo ad incomprensione, scontri e quant’altro.

La comunicazione manca e viaggia di pari passo con la mancanza di conoscenza. Proprio sui Social, che poi è ciò che abbiamo sotto gli occhi spesso, non passa giorno in cui non vi legga dispute  a suon di insulti, che nella maggioranza dei casi sono nate da un’informazione sbagliata, da qualche incomprensione, dal fatto che si ignorino i fatti. Dall’ignoranza.

Ed è per questa infinità di notizie false che girano alla velocità della luce, che siamo portati verso un’opinione piuttosto che un’altra. Senza verificare. Questo è il punto: berci quello che leggiamo, senza verificare le fonti, senza fermarsi un attimo a pensare con la propria testa; questo porta senza dubbio dalla parte sbagliata, aumentando la rabbia ed in certi casi spostando il problema da tutt’altra parte, dove non dovrebbe stare.

Siamo tutti così ignoranti su infinità di argomenti, e mi chiedo come sia possibile che, al contrario, diventiamo improvvisamente massimi esperti di qualsiasi argomento, giudicando e spostando la realtà a nostro piacimento. Non funziona più così: non abbiamo 5 anni, con le giustificazioni del caso, se ascoltiamo una sciocchezza e la divulghiamo come vera, aggiungendo del nostro, non facciamo che nutrire altra ignoranza e così via, senza mettere mai in dubbio le nostre opinioni, primo di tutto.

Perché siamo arrivati a tanto? La nostra lingua, l’italiano, possiede un termine ben preciso, a descrizione di questo: la protervia, che non è altro che l’arroganza ostentata, il desiderio di prevaricare, di chi non è capace di comprensione, di chi è prepotente e, nonostante sia in possesso del nulla, cerca di schiacciare il prossimo, partendo dalle parole, che sono un’arma, ed in mano ad arroganti diventa ostentazione di sé, di quel poco che si é.

Protervia e tristezza.