Imprenditori di se stessi

Non è facile, lo sappiamo bene. Essere imprenditori oggi vuol dire essere forti, decisamente più forti e coraggiosi degli altri. Perché sono scelte che impongono limitazioni da subito: prima fra tutte quelle di non avere una vita al di fuori del proprio lavoro.

Sta tutto nella capacità del singolo e naturalmente significa che il rischio è interamente a suo carico. Poi sappiamo bene che da soli non si arriva da nessuna parte, quindi è necessario un insieme di collaboratori capaci ed avere con loro lo stesso obiettivo. Certo è, che il rischio è tutto sulle spalle di chi intraprende un’attività in proprio.

Fortunatamente anche le soddisfazioni ed il guadagno, quando si arriva ad ottimi risultati, sono principalmente di chi ha ideato il tutto ed allora il resto del mondo stia zitto, per carità. Sopporto poco chi critica i lauti guadagni di una persona che ha rischiato il tutto per tutto e che alla fine viene premiato.

Il posto fisso, quello che garantisce uno stipendio anche se sei influenzato, e che ti regala mensilità in nome del tuo sforzo quotidiano, è davvero come la manna che scende dal cielo. Non lamentatevi, soprattutto in rispetto di chi il lavoro l’ha perso o sta faticando parecchio per poter mantenere la propria attività e gli stipendi di chi ci lavora. Molti imprenditori hanno l’acqua alla gola e fan davvero fatica a pagare i propri collaboratori.

Solo una questione di scelte, nella vita, ma chi rischia sulla propria pelle, merita di certo rispetto ed ammirazione, comprensione ed aiuto.

Quando poi sentiamo di chi ha lasciato un posto fisso perché ha creduto in una propria idea, togliamoci il cappello e non giudichiamo da subito. In Italia non è facile, di questi tempi, fare impresa senza trovarsi, almeno una volta al giorno, a chiedersi il perché di questa decisione: sembra tutto sia contro questa voglia di rischiare e credere, ma sarò sempre dalla parte di questi fantastici visionari che ritengo abbiano coraggio ed una marcia in più!

 

Siamo soli in mezzo al caos…

Quale caos? Sarà successo ad ognuno di voi, di trovarsi in mezzo ad una moltitudine di gente, soprattutto in grandi metropoli, e di avvertire quella sensazione di solitudine, e non intendo nella sua accezione negativa, intendo proprio di realizzare di quanto siamo microbi ed unici nel mondo.

Ecco, questo caos, intendo… Corriamo come formiche impazzite, spesso senza fermarci e chiederci dove davvero stiamo andando, e perché. Non voglio rubare il mestiere a chi è più saggio di me ma proprio in questi giorni, raccogliendo notizie in giro ho avuto un momento di sbandamento. Pensando a cosa ci eravamo ripromessi tutti, e cosa continuiamo a prometterci per migliorarci, ed arrivare da qualche parte, commettendo sempre gli stessi errori, accorgendocene, eppure insistendo.

Come se nonostante tutto non ci rendessimo conto di quale orrore si stia abbattendo su di noi, e perseguissimo nello stesso progetto, pur sapendo bene di non raggiungerlo mai. Almeno senza un’infinità di cambiamenti da fare. Così leggiamo le stesse notizie sul giornale, e poi le critiche alle stesse. Ci diciamo dispiaciuti di tutto questo ma siamo poi i primi ad avere comportamenti incoerenti.

Così ci preoccupiamo e non serve a nulla: dovremmo occuparci delle cose non preoccuparci per le stesse. Come lamentarsi in continuazione della nostra mancanza di forma fisica ma abbuffarci come non ci fosse un domani. Non funziona. Non funzioniamo ed il mondo di conseguenza, che sta andando dove nessuno vorrebbe.

Anche noi, singolarmente, siamo importanti, anche se gocce nell’oceano lo rendiamo grande ed anche solo per questo motivo dovremmo sentirci responsabili e darci da fare, da subito. Ora. Invece ci scagliamo contro gli altri, sempre nell’idea che siano loro a dover cambiare per prima, perché noi ci sentiamo migliori. Sempre. E non ci accorgiamo che se aspettiamo che siano gli altri a muoversi, senza guidare noi, rischiamo di partire troppo tardi, con davvero troppo in gioco per poter ancora procrastinare.

 

 

L’importanza di essere social

Socializzare oggi è così, inutile negarlo: tutti empatici, rivolti verso il mondo, con un’ attenzione deliziosa verso la natura, gli animali, le questioni sociali ed il pianeta intero. Commovente!!!

Quanti auguri di compleanno, sentiti, e complimenti a chicchesia rispetto qualsiasi cosa. Quanta falsità!

Ed infiniti like, cuoricini, affetto a costo zero. Certo, perché il punto è proprio questo: poca fatica.

Se, al contrario una persona necessita aiuto, aiuto vero, non risolvibile con un cuoricino, allora il social scappa come un gruppo di scarafaggi quando si accende la luce! Spariti.

Perché la reale condivisione ed il vero aiuto, gli auguri di compleanno ed una carineria, un tempo costavano tempo e denaro. Oggi costano un click, quindi è facile travisare l’interesse per una semplice abitudine, l’affetto per noia.

In un mondo ideale sarebbe fantastico potessero esistere entrambe le situazioni, quindi avere una vita social ed una brillante e spontanea comprensione verso il prossimo ed una naturale propensione ad aiutarlo.

Naturalmente esistono persone che racchiudono in sé entrambe le caratteristiche ma generalmente non è così.

Si possono usare i social per rafforzare tutto questo, non che sostituiscano l’unico possibile contatto sociale, la comunicazione affettiva, capace di creare rapporti reali.

Come dice Vittorino Andreoli, psichiatra di fama internazionale, “Quando l’uomo delega le sue funzioni più evolute a protesi digitali, innesca una regressione da “sapiens sapiens” a “stupidus stupidus”, la sua mente perde progressivamente razionalità e affettività”.

Purtroppo non è difficile comprendere le parole del professore e proprio oggi andrò ad una sua conferenza dove spiegherà questa sua affermazione e darà qualche suggerimento sul come invertire la rotta ed evitare il declino della nostra civiltà.

Il titolo di questo appuntamento è “L’agonia della civiltà”, il che non promette nulla di positivo ma penso sempre sia meglio realizzare di avere un problema, piuttosto che credere che infiniti sintomi siano solo l’effetto di fugaci disturbi.

Così non si riesce a curare nulla e se ci fosse qualche piccolo rimedio in grado di porre fine a questo esasperato individualismo, credo sia nostro dovere, oltre che diritto, venirne a conoscenza.

Non per salvare il mondo, ma almeno per salvare se stessi…