Rigore, non rigidità

Una bella differenza, in sostanza: la rigidità non si rivela proficua in alcuna situazione, nei comportamenti impone agli altri risposte altrettanto limitate.

Il rigore è necessario dove ci siano leggi, regole, implica un’obbligatorietà di comportamento, dovuta a una norma. A volte serve.

La salvezza, se intendiamo parlare di comportamento, modo di vivere, si trova nella flessibilità che invece è in grado di porre tutto su un altro piano, quello dell’equilibrio.

La rigidità verso qualsiasi cosa non porta a nulla, se non il distacco da qualsiasi realtà e l’allontanamento delle persone. Inutile spaccarsi la testa contro il muro se non si riesce a raggiungere un obiettivo, per qualsiasi motivo, diciamo che il tempo a disposizione dovremmo utilizzarlo per comprendere, più che per accanirsi con le stesse modalità.

Detto questo succede a tutti di incaponirsi su una questione e non demordere spendendoci troppa energia, l’importante è realizzare quanto prima che quella quantità di energia preziosissima potremmo usarla per altro.

Un po’ come cercare di risolvere quelle situazioni che davvero non dipendono dalla nostra capacità/volontà,  a volte così grandi da renderci conto che sarebbe oltremodo inutile, oltre che presuntuoso, risolverle senza averne gli strumenti.

Ecco perché esistono regole di comportamento, valori da rispettare e situazioni che necessitano di rigore ma è necessario poi possedere quella flessibilità, risultato di una mente aperta, capace di portarci nella condizione migliore per procedere con la nostra vita. Senza fermarci inutilmente e fissarci su qualsivoglia cosa. E a volte cambiare idea, sì, perché quante volte si sbaglia, si cresce quando si è capaci di realizzare convinzioni diverse e cambiare.

A volte proprio pensando di osservare certi codici di comportamento in noi innati e di non poterne affatto uscire, continuiamo ad accompagnarci a persone che proprio non starebbero nelle nostre corde. Ma ci accaniamo, insistiamo, spesso solo per obbedienza a codici di comportamento/educazione che non ci permetterebbero di allontanarci, continuando a lottare per le stesse. Sbagliato! Non serve a nulla, le situazioni sono difficili da cambiare perché le persone fondamentalmente non cambiano.

Quindi, liberiamoci di tante zavorre e teniamoci unicamente rapporti che ci arricchiscono, non imbalsamati in nome della rigidità di comportamento, e cerchiamo di essere meno inflessibili, preferendo il rigore, solo in certi casi, e ricordandoci che la flessibilità vince su tutto.

Se insistiamo ad essere rigidi ci spezziamo, se diventiamo flessibili ci pieghiamo e resistiamo a qualsiasi intemperia della vita e di questi tempi, direi, non è cosa da poco!

 

L’esempio vale più delle parole

E non lo dico perché non dia importanza alle parole che amo da sempre. Quante volte ci è successo di fare una cosa e volerla trasmettere parlando, parlando, parlando… Risultato opinabile. Quando invece dimostriamo con l’esempio, ecco che subito viene compreso. É proprio vero!

Nell’educazione dei figli è necessario dare esempi, proprio perché le parole non vengono ascoltate a sufficienza e alla fine rimane ciò che vedono fare ai genitori. Va da sé che un bambino abituato a gesti gentili e coccole sarà portato ad essere così con i suoi simili, mentre un altro che conosce atteggiamenti violenti non potrà che avere questi come esempio di comportamento nei confronti di altre persone. In teoria, ovviamente!

A scuola, poi, funziona che se non hai esempi fai molta più fatica ad imparare regole/concetti di qualsiasi tipo.

Diciamo che sono il miglior strumento di educazione: sono più facili da usare, diretti e senza possibilità di fraintendimento. Inoltre non tutti sono in grado di trasmettere con le parole ciò che vorrebbero, quindi l’esempio diventa il modo migliore.

Il valore dell’esempio può essere sia positivo che negativo, certo, ma si spera sempre che ci si impegni per trasmettere col proprio comportamento la migliore educazione su qualsiasi cosa. Perché non serve scervellarsi per trovare i termini adatti, per stabilire un’infinità di regole basta dare il buon esempio, e per farlo è necessario lavorare su se stessi, oltre che avere una buona formazione.

Dovrebbe essere un dovere per chiunque, sia come genitore che come insegnante, perché la propria crescita personale può darci la possibilità non solo di condurre una vita migliore ma soprattutto di trasmetterla agli altri.

A fine anno, era il 1978, il nostro allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, durante il suo messaggio agli italiani disse:” I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, coerenza ed altruismo”.

Quanto aveva ragione!!

 

Collaboriamo?!

La magia del team!!

Uso spesso le citazioni e me ne viene in mente subito una che dice: “Chi fa da sé fa per tre“; ottima se vogliamo parlare del fatto che una persona debba imparare ad agire con la propria testa, le proprie forze, in totale autonomia. Ma questo è un altro discorso.

É quando si parla di unire le forze per far meglio ciò che vogliamo/sappiamo fare. La dimostrazione che la collaborazione sia un’ottima cosa è data dal fatto che soprattutto di questi tempi, se si vuole fare al meglio un qualsiasi lavoro, è utile avvalersi della collaborazione di altri professionisti, non solo nel proprio stretto campo di competenza ma anche di chi è in grado di fare bene qualcosa che, affiancato al nostro modo di lavorare ci dia quella marcia in più capace di farci raggiungere vette più alte.

Succede che avere la capacità di creare un team di esperti intorno a noi ci dona la possibilità di ottenere risultati migliori e, magari, accontentare un target più esteso di clienti, quindi guadagnare di più.

Ecco quindi che troviamo bar, dove oltre a bravissimi barman c’è una persona che si occupa di libri e letture e nascono così i bar letterari, dove la clientela può frequentarli non solo per la prima colazione o la pausa pranzo/caffè, ma anche per rilassarsi in compagnia di un libro e magari condividere serate di conversazioni interessanti.

Oppure la parrucchiera che ha all’interno del suo salone un angolo per intrattenere i bambini, mentre le mamme stanno facendosi la piega e tutti quei lavori che, integrando un professionista di genere affine, può accontentare un target ben più ampio.

Il team: si sa che quattro occhi sono meglio che due e due menti, soprattutto se in sintonia, riescono a stupire per i risultati ottenuti e regalano l’opportunità a tanti professionisti, di condividere la propria professionalità per aumentare il ritorno di tutti.

Una bella abitudine che sta crescendo, soprattutto in questi tempi, dove, se si uniscono le forze abbiamo maggiori possibilità di successo e soddisfazione personale!

Quindi, che ne dite, collaboriamo?

Parole in disuso

Quasi cimiteriali, direi. Parole desuete, appunto. Inutile dirlo, anche il linguaggio è cambiato ed ogni anno vengono aggiunti vocaboli che sono diventati di uso comune ed entrano, di diritto, nel nostro modo di parlare e a volte di scrivere.

Naturalmente ci sono parole che non si usano più, almeno non così frequentemente, soprattutto nelle conversazioni di tutti i giorni. Poi certo, la differenza tra il linguaggio parlato e scritto rappresenta un’altra questione, ne parleremo…

Pensavo che da tempo non sento persone utilizzare termini come bislacco, ramanzina, smargiasso, tanti altri, evidentemente poco “trendy” e, senza polemica, persino il di nulla, grazie, prego, salute, permette etc, pure queste si sentono davvero poco. Peccato!

Eppure ci si affeziona alle parole, rappresentano un proprio stile, tanto che ricordo mio nonno pronunciarne alcune che sono diventate rare, direi. Mi chiamava “signorina” anche quando avevo 4 anni! Altri tempi e a dire il vero, un poco di nostalgia ce l’ho.

Abbiamo però tutti imparato molte parole anglofone e ci sentiamo parte del mondo usandoli, spesso a sproposito, proprio perché non appartengono al nostro vocabolario di sempre.

Da tempo siamo abituati ad usare parole che sono strettamente legate al mondo informatico, vedi  linkare, swicciare etc… Oppure altre che sono ormai nostre, vedi mission, location, spesso usate a sproposito, e borderline, usato con accezione quasi positiva…

Dipende da infiniti fattori l’uso di un determinato vocabolario, rispetto ad un altro, il linguaggio usato in famiglia, che ha anche a che fare con l’educazione ricevuta. E poi il percorso scolastico, il lavoro, le amicizie…

Certamente tutto questo influisce ma rimane assodato che tutti noi, negli ultimi anni, abbiamo acquisito parole che non facevano affatto parte del nostro modo di parlare e ne abbiamo quasi dimenticate altre, come se la nostra evoluzione come persone, includesse questo meccanismo, al quale nessuno può scappare!

Ci avete mai pensato a tutti quei termini famigliari che da un pezzo non usate più e a quelli che da poco vi trovate a pronunciare, perché appresi dal linguaggio corrente, soprattutto se avete figli adolescenti in casa?

Ecco, questo intendo…

 

Siamo volubili?!

Inutile negarlo, il modo di vivere questa vita ci spinge inesorabilmente ad essere sempre più volubili, volente o nolente.

E non è questione di elasticità di idee, è proprio che a volte ci portano ad essere una cosa e subito dopo l’esatto contrario, perché così puoi andare avanti, diversamente stai fermo. E non si può.

Quando scegliamo l’acquisto di un qualsiasi oggetto abbiamo il tempo per cambiare idea, per poi pensare che effettivamente non era di quello che avevamo bisogno. Si rimanda indietro e via…

Rispetto ai viaggi decidiamo di andare al mare ma, guardando le offerte sul web ecco che potremmo recarci in un’ altra località, completamente diversa come clima, tipo di vacanza etc…. ad un prezzo inferiore: venduto!!

L’enorme scelta di qualsiasi genere ci porta inesorabilmente ad essere meno fermi sulle nostre scelte, il che non so se sia un bene o meno. Perché la conseguenza ovvia è che questo meccanismo faccia parte di noi anche quando ci sono di mezzo altre questioni, come persone/situazioni/sentimenti. Volubili sempre, insomma!

Sta aumentando l’abitudine, tra i più giovani, di scegliere il partner, anche occasionale, attraverso piattaforme dove si possono trovare in base ai propri gusti e nel giro di qualche clic ottenere un appuntamento che di certo andrà a buon fine, proprio perché anche l’altra persona sta cercando le stesse cose con le identiche modalità.

Così ho parlato con una persona che usa queste applicazioni per trovare incontri e mi confermava che ci sono tantissimi iscritti, appartenenti ai più differenti ceti sociali e che gli incontri che ne scaturiscono sono comunque ben selezionati e privi di sorprese.

Il meccanismo però porta inesorabilmente a continue uscite con differenti persone che se non corrispondono, anche per piccoli dettagli, alle aspettative, vengono ricambiate e accantonate, per passare oltre: nuovo giro, nuovo regalo.

In tutto questo mi viene in mente la possibilità che una persona, anche solo per difesa, utilizzi un atteggiamento ben differente dal suo reale, perciò sia scartato per un motivo, in realtà inesistente.

Inutile, colpisce il fatto che non ci siano fasi, necessarie a mio avviso, per far sì che due soggetti si conoscano con un minimo di tempo a disposizione, perché una qualsiasi relazione possa crescere, non fermarsi così, giusto per un fraintendimento…

Ma come ripeto sempre, ognuno è libero di fare ciò che vuole…