Come tenere in forma il sito web e la vostra comunicazione aziendale

Approfittando del momento adatto.

Non penserete, per caso, che la prova costume non vada fatta ANCHE al vostro sito e a ciò che gli gira intorno?!

Già, cari miei, arriva la bella stagione ed è tempo di relax, per certi/pochi fortunati.

Molti usano il tempo in eccesso per tirare le somme, fare una sorta di bilancio rispetto al primo semestre lavorativo dell’anno.

Anche per la comunicazione non c’è tempo migliore per rimodernarla e darle un futuro più consono alle vostre aspettative.

È questo il momento per occuparsene: per monitorare la situazione, controllando il raggiungimento degli obbiettivi, per mettere in pratica quel progetto cui avete pensato durante l’inverno e sempre rimandato per questioni di tempo.

Ma ora, davanti ad un bel bicchiere di vino bianco ghiacciato, potete tranquillamente affrontare tutto, con mente più cristallina.

L’analisi alla vostra comunicazione aziendale non dovrebbe essere relegata alla vacanza, ma far parte del normale iter che imporrebbe un monitoraggio costante. Ma se questa è la situazione, meglio tardi che mai.

Quindi tra un tuffo nel mare ed una lettura “da ombrellone”, è giunto il momento ideale per guardare a quel progetto.

Approfittate allora di questo status magico, e agite.

Scrivete, appuntatevi, chiamate la vostra Web agency di fiducia, insomma, fate in modo che proprio il periodo vacanziero possa essere il momento in cui i vostri progetti prendono il largo, o si rivedono quindi migliorano.

Ci sono ottimi professionisti in grado di portare avanti le vostre idee. E realizzarle in grande autonomia.

Non è più come un tempo, che quando eravate in vacanza voi lo era tutto il resto del globo.

Ora è possibile consultare  fornitori/professionisti per dar forma al vostro progetto! Allora approfittatene!

Vi consiglio di non confessare che vi state occupando di lavoro in una località amena. Siate comprensivi!

E poi, conclusa la telefonata, guardate l’orizzonte e raggiungete la battigia, con l’unico pensiero al cocktail da ordinare al bar, dopo aver fatto un lungo, rinfrescante bagno.

C’est la vie!

 

Outing, ovvero la liberazione!

Sì, confessiamoci…

Inizio col dire che fare outing significa semplicemente buttare fuori qualcosa che abbiamo dentro. Punto.

Facciamo outing! Riveliamo una nostra intenzione, un segreto, uno scheletro nell’armadio, una nostra debolezza passata o un forte desiderio che non possiamo più reprimere.

Ci vuole un po’ di coraggio, e dipende da cosa riveliamo, ovvio.

Il tutto può portarci a complicare la situazione attuale ma anche no. Di certo è un’azione che svela chi siamo realmente e c’è un momento nella vita in cui decidiamo sia arrivata l’occasione giusta.

Non importa se si tratti di confessare le proprie preferenze sessuali, oppure sia il desiderio di avere un figlio o di voler cambiare casa/città/nazione o pianeta.

Il punto è che quell’attimo è arrivato: ed è il punto di non ritorno. Senti che ce la puoi fare. O adesso o mai più.

Riveliamoci, diciamo agli altri quello che desideriamo esternare, potrebbe essere una sorpresa e regalarci una montagna di consensi.

Che poi è ciò che conta e che ci fa paura.

Generiamo così emozioni, magari negative, ma pur sempre emozioni!!

Perfetto: dipende dalla persona alla quale si decide di confessare qualcosa, è vero, quindi dobbiamo essere bravi a trovare il momento giusto ed il luogo. Sì, anche quello è importante.

Suggerirei un luogo speciale, tranquillo, e non pubblico, a meno che non si voglia evitare che la persona a cui ci si confessa possa avere reazioni pericolose!

Comunque sia, se avvertite questa fretta di confessione, direi che i modi per farlo li troverete e l’obbiettivo è raggiunto per il 90%.

Per il resto ci avete pensato talmente tanto che rimane solo di mettere in pratica la versione migliore di tutti i vostri pensieri.

Voi sapete perché avete già vagliato le mille possibilità.

Può anche essere che la persona a cui volete confessarvi conosca da tempo il vostro segreto, qualunque esso sia.

Perché il vostro corpo, ogni suo poro ormai, ne parlano da mesi.

Buona fortuna, allora!

(Un pizzico è sempre gradita!)

Sì, la scrittura è una patologia

E scrivere è magia

Se quando leggi, il contenuto si traduce in quella magia.

Purtroppo molti pensano di scrivere bene ma l’argomento è molto complesso.

La cartina tornasole della scrittura infatti è la lettura del testo.

Quando per leggerlo vi dovete soffermare, non capite il significato all’istante e dopo dieci righe avete voglia di versarvi un bicchiere di acqua, vuol dire che lo scritto non funziona (o non bevete da 24 ore!).

Il contenuto deve fluire. Come diceva Calvino nel suo “Mestiere di scrivere” ci vogliono tanti elementi, ma non sono da dimenticare la semplicità e la leggerezza.

Un testo va bene quando non dovete tradurre ogni parola non troppo chiara, ed i concetti vi risultano così lontani . Diventa tutto più difficile, così.

Un po’ come quando studiavate una materia per voi più complicata da apprendere.

Al contrario, quando leggete un testo, che sia un post o una presentazione aziendale, se lo fate d’un fiato, allora funziona.

Come bere un bicchiere di qualcosa che vi piace da impazzire. Questo dovrebbe succedere.

E poi, parlare è naturale: impariamo a parlare tutti, in una maniera o nell’altra, senza alcun insegnamento specifico.

Scrivere o leggere no. Dobbiamo andare a scuola e studiare le regole necessarie per farlo.

E non è sufficiente, perché ci vuole una bella dose di predisposizione naturale che unita allo studio e alla passione danno come risultato la scrittura di un ottimo testo.

Steven Pinker – docente di psicologia del linguaggio ad Harvard – sostiene che “La buona scrittura rende l’azione innaturale di leggere molto simile alle due azioni più naturali che conosciamo: parlare e vedere”.

Non posso che essere d’accordo, ma non è come dire che se tutti cantano, tutti sappiano cantare.

Vorrei solo farvi stare un giorno al posto mio, quando il vicino di casa si sveglia ed intona canzoni folli sotto la doccia.

Alle 6 di mattina.

Mai provato?!

La savana è anche qui da me

Il parco: un microcosmo da esplorare.

Ho la fortuna di vivere quasi all’interno di un parco frequentatissimo da chi della corsa ha fatto la propria ragione di vita.

Va da sé che anch’io, almeno tre volte la settimana adotti la mia andatura, la camminata veloce, e parta.

Questo mi permette di impiegare il tempo che desidero per percorrere un giusto chilometraggio e, soprattutto, mi regala la possibilità di osservare ogni cosa come l’indole mi porta a fare.

Anche oggi, visto i presupposti – cielo terso, temperatura sopportabile, mia iperattività cronica – ho iniziato nella veloce impresa di attraversare il parco, cioè un pezzo, diciamo i tre ponti.

Mille pensieri mi accompagnano ogni volta e dipende da cosa/chi vedo o da cosa sento.

C’è sempre molto da considerare, anche perchè sulla mia destra scorre il fiume, altra fonte di osservazione.

Un po’ come fare un vero e proprio safari. Altro che lo Tsavo o Serengeti!

Scoiattoli a più non posso, corvi, piccioni, pure topi dalle più svariate dimensioni; cani, a volte cavalli, e naturalmente l’animale più incredibile fra tutti:  l’uomo che passeggia/corre/si rilassa.

Vista la mia andatura veloce è facile che non ascolti interi discorsi, solo stralci, a volte sufficienti per costruirci storie intorno, da scribacchina fanatica quale sono.

Ma la mia osservazione più interessante, oggi, visto il giorno, domenica, e l’orario, le quindici, è stata lo studio dei numerosissimi micro-nuclei famigliari.

La domenica è sempre così: volendo fare un sunto e generalizzare, posso dire che il padre pensa, la madre guarda lo smartphone ed il piccolo/i piccoli si arrangiano. 

Difficilmente vedo in loro un gruppo attivo che giochi o condivida un’esperienza.

Capita, per carità, ma ciò che osservo più spesso è che il padre insegni ai figli come far qualcosa, e lo faccia sempre con quell’aria che vuole dire: ascolta/guarda e prendi esempio, ti sto donando il sapere che tu trasmetterai agli eredi!!!

Alla fine, la massima condivisione, i piccoli ce l’hanno con gli animali circostanti: un cagnolino che passa e scodinzola e soprattutto scoiattoli affamati che si avvicinano.

A quel punto scatta la madre/fotografa ufficiale, il padre distoglie lo sguardo dal nulla ed i piccoli, finalmente gioiscono.

Grazie bestioline adorate, ancora una volta siete voi a salvare le situazioni!

Ve lo dicevo, altro che Serengeti!!!!

P.S. Non me ne voglia Baz Luhrmann, o il traduttore, ma avrei usato “sia” 😉

Web analytics: come funziona veramente

Semplificando al massimo. Lo so, gli esperti storceranno il naso! 

Ricordate il mio articolo sulla strategia, quando dicevo che per ogni obbiettivo è necessario averne una?

Anche nella web analytics  l’approccio deve essere questo.

Prima di tutto è necessario avere una visione a 360° della nostra attività sul web, perché solo analizzando i dati in relazione ad azioni fatte precedentemente e quelle che verranno di conseguenza, riusciremo a capire l’andamento di tutto.

E  a lavorarci per far sì che funzioni ciò che vogliamo che vada a segno.

È una questione proprio di atteggiamento, di strategia, appunto.

Se noi osserviamo i flussi di navigazione con attenzione alle sessioni aperte, gli obbiettivi, il numero delle pagine, le conversioni ed altro ancora, analizzando unicamente le singole azioni, non stiamo sbagliando ma non deve essere l’unica nostra strategia, deve essere solo la base.

La differenza la fa la comprensione completa del percorso degli utenti, analizzati con un’altra lente di ingrandimento.

Il problema di web analytics, è che quando si ha a che fare con utenti non ci sono regole, perché questi non sono persone uguali, quindi con comportamenti standardizzati.

Ecco perché le difficoltà non si possono bypassare applicando regole sterili.

Oltretutto non è sufficiente leggere i dati analitici seguendo i nostri soliti obbiettivi. No. 

Bisogna verificare, misurando con i relativi strumenti – vedi KPI ( Key Performance Indicator ) , come sta funzionando la nostra strategia mentre la stiamo mettendo in pratica!!

Già, cari miei, all’interno di un lavoro di comunicazione c’è ovviamente anche questa parte, che ci permette di rilevare, in corso d’opera, come sta funzionando.

E se non sta andando troppo bene saremo in grado di calibrare il tiro, modificare, insomma di correggere e quindi di permettere al nostro cliente di spendere al meglio il suo denaro.

E non è un passaggio che si possa saltare a piè pari.

Sarebbe come volersi lanciare con un paracadute senza conoscerne il meccanismo: ti può anche andar bene una volta.

Io non rischierei.

Giornata spettacolare a prescindere!!

E’ la festa della mamma!

 

Niente articolo di 300  o 1000 parole: non ci sono parole sufficienti per esprimere cosa sia una mamma.

Determinante nell’educazione dei figli, necessaria per i primi anni di vita  e porto sicuro per tutta la vita.

Sono state scritte pagine e pagine su di lei e non sarebbe di certo sufficiente un articolo per esprimere il significato che ha per me.

Direi GRAZIE, MAMMA, oggi, per la tua/nostra festa ed ogni giorno dell’anno.

 

La legge dei mi piace

Mi piace, non mi piace. Il pensiero di questa mattina.

Strettamente legata a quella del dare e avere

Se una persona vi chiede di mettere un mi piace – un like – su una pagina, certo, dipende dal grado di amicizia: se la conoscete e stimate da trent’anni è una cosa, se è un’amica dell’amico dell’amica, forse cambia.

Ma non è detto. In genere cosa fate?

Non posso rispondere per gli altri ma personalmente, se mi viene chiesto di mettere il like ad una pagina che non sia la scuola di torture ai bambini, vado a visitarla e lo faccio: ci impiego un nanosecondo. Spesso vado oltre, perché per carattere sono curiosa e guardo di cosa si tratti, ne leggo a riguardo.

Perché è semplice. No?

E qui si apre un mondo che, come anticipavo, è strettamente legato al concetto del dare e avere.

Va da sé che se nella vostra vita avete messo migliaia di like richiesti da chicchesia, così, per indole, e quando li richiedete voi non arrivano, vi farete delle domande cui di certo darete delle risposte.

I mi piace/like, questo strumento di verifica di interazione, sarebbero da analizzare da un punto di vista sociologico e psicologico relazionale ma non è questo il contesto.

Un esempio: se sulla vostra pagina, qualsiasi cosa postiate – immagine, contenuto o video – avete un utente che clicca mi piace “a mazzi”, i casi sono due: guadagna in qualche maniera dal suo click o usa il like per palesare una fortissima attrazione verso la vostra persona. 

Ora, prima di guardare i mi piace altrui, facciamo una sana disamina di come noi affibbiamo i pollici alzati e capiremo meglio la situazione.

Quante volte avete cliccato il like sull’ennesima foto della vostra amica o del vostro amico, che cambia l’immagine di profilo come voi vi cambiate le mutande, pensando cose che è meglio non dire?

Sì, a volte i mi piace li cliccano così anche gli altri.

Quelli sinceri, che non generano stupore, rimangono quelli dei familiari, dei cari amici e soprattutto della mamma: generalmente a lei basta vedere il vostro nome  scritto, che parte in preda al click incontrollato.

Ma quei click hanno un valore affettivo, sanno di “ogni scaraffone è bello a mamma sua”.

Quelli che valgono davvero sono quelli sudati, guadagnati, dopo aver scritto migliaia e migliaia di parole, quelli apprezzati da quei pochi ma sani followers che vi leggono, e attraverso le vostre parole, magari, sentono parte delle vostre emozioni. Yeah!

Sì, i guardoni del web. Parliamone.

Guardano e non favellano.

Analizzando Facebook per lavoro, realizzo ogni volta quanti siano gli utenti che entrano nelle pagine Web, nei siti, quindi guardano, e come per magia se ne vanno.

Per poi ritornare, magari.

E’ del tutto normale se stanno cercando per l’acquisto di qualsivoglia cosa, anch’io faccio così: navigo, entro, guardo, poi esco, ritorno e mi fermo solo quando trovo ciò che realmente mi soddisfi, quindi acquisto.

Ma intendo quelli che entrano sulla tua pagina Web, Social, e non mettono un commento, un mi piace. Nulla. Guardano.

Mi sono interessata alla questione ed ho trovato conferma ai miei pensieri.

C’è un’infinità di gente, iscritta a Facebook o altri social, che passa ora a leggere, cercare, guardare/spiare ma molto raramente si palesa, mettendo un like, un commento.

Sono i voyeur del web. A me personalmente danno fastidio, non troppo, ma mi chiedo sempre il perché.

Un altro discorso è se  ci sono persone che ti spiano, quindi guardano il tuo profilo solo per sapere cosa fai, dove vai: questo mi inquieta un attimo.

Ma la tecnologia in questo ci aiuta? Ci sono strumenti che ti permettono di sapere chi spia la tua vita, tra le persone che hai accettato come amici?

Dopo essermi documentata, sono molto ma molto dispiaciuta ma devo dirvi che, ad oggi, non esiste alcun modo per scoprire chi visita il vostro profilo Facebook.

Ricordo che un tempo c’erano applicazioni facilmente reperibili che promettevano di guardare le attività degli amici e/o di scoprire l’identità dei visitatori.

Proprio i gestori di Facebook hanno bandito questo tipo di soluzioni e hanno annunciato che:

“Facebook non fornisce applicazioni o gruppi che permettono agli utenti di visualizzare chi ha visitato i profili o le statistiche sulla frequenza con cui un determinato contenuto è stato visualizzato e da chi“.

Meno male, essere spiati può anche far piacere, ma non in questo modo.

Oppure sì?!

Ma bastano veramente solo gli obbiettivi?

No, da soli non sono sufficienti.

Sarebbe bello che la teoria sposasse sempre la pratica, purtroppo però ci sono altri elementi che devono dar forza alla teoria perché questa possa trasformarsi in un ottimo risultato.

Primo fra tutti la quantità di impegno necessario per mettere in pratica la nostra strategia.

Partiamo da un esempio in linea con il periodo e la quantità inimmaginabile di persone che hanno come obbiettivo di rimettersi in forma.

Di teorie per arrivare in spiaggia e mostrare un fisico da urlo ce ne sono a bizzeffe. Metterle in pratica, da quel che si vede sulle spiagge, non è per nulla facile. Così come per tantissimi obbiettivi da raggiungere, e l’ingrediente primo è l’impegno.

Difficile, nessuno ha mai sostenuto il contrario.

Già, quel qualcosa che scatta nella vostra testa e vi fa rinunciare. Perché non c’è impegno senza rinunce.

Nel caso della dieta, rinunciate ad ogni input goloso, a costo di autoflagellarvi.

Altro fattore importantissimo: se hai un obbiettivo ed un modo per raggiungerlo, anche solo in teoria, bisogna che ci credi. Profondamente.

Decisivo per portare avanti qualsiasi progetto è avere la consapevolezza sia proprio ciò che vogliamo.

Se è realmente così siamo sulla strada giusta.

E poi la determinazione: dal momento in cui avete un obbiettivo e la teoria in cui credete fortemente per metterlo in pratica, ci vuole determinazione, quel desiderio di portare avanti l’impegno oltre le 24/48 ore.

Tornando alla dieta: se la inizi il lunedì e il mercoledì sera esci ad abbuffarti e bere come una spugna, direi che hai fatto un grosso scivolone. Del tutto rimediabile, per carità, ma se questo è il tuo grado di determinazione, non ci siamo.

Altro elemento di non poco conto: avere intorno persone che condividano il vostro obbiettivo e siano d’aiuto nella realizzazione. Condivisione.

Se, al contrario, remano contro a qualsiasi progetto tu stia dando te stesso, la prima cosa da fare è spiegare loro che vi state impegnando ed avete bisogno di collaborazione.

Basta cucinare dolci e farli trovare a tradimento nel frigorifero! Perché va bene essere determinati ma dire di no ad una fetta di meringa quando si cerca di rispettare un regime alimentare da fame, è quasi impossibile.

Ed infine accettare i suggerimenti di chi ne sa più di voi. È un aiuto importante, perché se ce l’ha fatta lei/lui, per quale motivo non potete farcela voi? Sulla dieta me ne vengono in mente alcuni: mangiare nudi davanti allo specchio. Lavarsi i denti ogni volta che si sente il bisogno di mangiare qualcosa bannato dalla dieta. Mai andare a fare la spesa quando si ha una fame terribile.

Lo so, un piccolissimo contributo, il mio. Provate.

Certo, avete ragione, ho dimenticato un ultimo elemento importante, cui non delegare tutta la responsabilità, ma sempre di cui tenere conto: un pizzico di fortuna, ed è quella che auguro a tutti quelli che si impegnano veramente in qualcosa in cui credono!

Ma si sa,“ Se la fortuna è cieca, la sfortuna è un vero cecchino”.

Gli obbiettivi della comunicazione – Parte 2 –

S.M.A.R.T. –  Obbiettivi raggiunti

Lo so, la teoria sugli obbiettivi è un affare complesso, metterlo in pratica non è uno scherzo, ma vi garantisco che SMART, ideata da Peter Drucker, è praticamente un Vangelo.

Siamo nel lontano 1951 quando viene pubblicato per la prima volta il suo “The Practice of Management”, la gestione per obiettivi, uno dei trenta e più libri scritti da questo economista, esperto in management, austriaco, naturalizzato statunitense.

In seguito viene menzionato infinite volte, per esempio in un testo, “Management Review”, di elevato interesse, scritto da George Doran, Arthur Miller e James Cunningham.

Sempre la teoria SMART, attraverso la quale si creano obbiettivi che aiutano il business, qualsiasi esso sia.

Cinque criteri per impostare la vostra strategia. Abbiamo visto che senza strategia non si arriva da nessuna parte, perciò analizziamo questi 5 punti/criteri di SMART. E applichiamoli al settore lavorativo che ci interessa.

Un acronimo: Specific, Measurable, Attainable, Relevant, Time-based. 

Specifico: Il primo criterio suggerisce di porsi un obiettivo specifico, non generale, in poche parole di mettere bene a fuoco cosa si vuole ottenere dalla Comunicazione, ed analizzarlo.

Misurabile: suggerisce di quantificare i progressi man mano compiuti verso il raggiungimento dell’obiettivo. Hai bisogno di analizzare la situazione, mentre ti avvicini a ciò che vuoi raggiungere, anche perché puoi spostare il tiro mentre sei in corso d’opera per migliorare/correggere la situazione.

Affrontabile: si intende un obbiettivo realistico, attualmente raggiungibile. Impegnativo perché va bene essere ambiziosi, ma non impossibile, perché va bene essere ambiziosi ma è anche importante essere realistici.

Per esempio deve essere alla portata del tuo team: se siete in due a lavorare ad un progetto non puoi di certo permetterti di avere un ritorno che richieda l’impegno di 50, o un ottimo successo può trasformarsi in un altrettanto fallimento.

Rilevante: è necessario scegliere obiettivi che contano perché solo così potranno avere il supporto che necessitano e l’intero staff, che sia formato da due persone oppure 1000, lo sosterranno con maggiore energia. Significa dare la precedenza alle reali priorità.

Temporale: è un importante criterio per stabilire entro quando vogliamo raggiungere un obbiettivo. Avere una scadenza è anche utile per organizzarsi meglio e definire le priorità/urgenze.

Tutto questo è SMART, per very smart people!